Friday, November 6, 2009
Thursday, October 29, 2009
Local Culture
Le mutande comprate all'altro angolo.
All'ambulatorio del dottore tutti quelli che entrano urlano buongiono ..e tutti rispondono ... buongiorno.
65 pazienti...65 volte.
Alle 8 si prega tutti insieme, ovunque, senza distinzione di religione.
Non ho capito cosa dicono, ma prega tutta la nazione.
Otto in punto. Tutti in piedi. E' ora della preghierina.
La spazzatura non si butta nei cestini.
Non ci sono.
Sulle spiagge... non ci sono.
Al lunedi le spiagge nei pressi della citta' sono delle discariche
Lo spazzino si chiama...mare.
Piove tutti i giorni dalle 12 alle 15.
Le donne sono splendide.
Spesso sono un icnorcio di africa e India.
Occhi slanciati, zigomi definiti, labbra prominenti.
Il fisico....perfetto o doppio, anche triplo.
L'accento locale e' qualcosa del genere : De bic is someding i like a lottt.
Difficile da scrivere e anche da capire.
Il reggae e' una religione.
I dreadlock sono l'hairstyle piu' diffuso.
E via discorrendo. Sono di guardia tra poco
Friday, October 23, 2009
Carte Nautiche
Monday, October 5, 2009
Perche', per cosa e per come.
Terra, mare, pausa.Terra. Pausa.
Sono di nuovo in unsa sorta di pausa.
Heraclitus rimarra' ancorato a Chaguaramas, vicino a Port of Spain, per almeno 3 mesi.
A bordo siamo 5, presto potremmo essere 4.
Pochi buoni amici marinai, ma pochi.
Essere in pochi significa meno uscite, piu' lavoro, piu' tempo in cucina, piu' turni di guardia, meno riposo, piu' spazio, piu' silenzio.
Questa pausa e' in qualche modo forzata dalle condizioni metereologtiche stagionali e dalle condizioni della barca. Ovvero siamo in piena stagione uragani e il Golfo di Paria e' l'ultimo posto sicuro prima di procedere verso nord. Al mattino alla radio si ascoltano annunci del tipo
"Si raccomanda di tenere sempre in casa una riserva d'acqua e scatolette".
La baia dove siamo ancorati e piena di barche, pescherecci, navi che, come noi,aspettano.
Heraclitus, nel frattempo, ha bisogno di alcune opere di manutenzione, nonostante il recente drydock in Sud AFrica. Prima di affrontare il Nord Atlantico occorre revisionare il motore e i due generatori, ripristinare il ssitema di batterie che e' completamente fuori uso, pulire lo scafo, riparare il ponte, ecc...
Con l'occasione di questa pausa nel viaggio mi prendo un po' di tempo per ricomporre qualche pezzo, per me e per chi legge, con lo scopo di chiarire i dubbi ed eventualemte aprire un dibattito in merito sulle scelte di vita.
Sono convinto e contento di quello che sto facendo ma riconosco che sia uno stiule di vita un po' lontano dagli schemi e quindi criticabile.
Ma non sei stanco? Ma come ti mantieni? E cosa farai dopo? Cosa stai facendo? Quale e' lo scopo di questa scelta, della spedizione?
Quali altre domande? Se ne hai, questa e' l'occasione per farle a me e forse a te stesso.
Saro' lieto di rispondere o quantomeno di confrontarmi con i miei stessi dubbi.
Ho delle risposte, talvolta inconsistenti, ma credo nell'idea, nello stle e quindi le difficolta' presentiu e future diventano risolvibili. Situazioni piu' che problemi.
Provo a fare un quadro della situazione, senza pretese esaustive.
Ripeto, sarei felice di confrotarmi con il pensiero di chi legge. Per rimettermi ancora in disucssione e di conseguenza motivarmi ulteriormente o rivedere alcuni passaggi.
Ho lasciato l'Italia il 16 giugno 2008, quindi quasi 16 mesi fa. Un tempo piuttosto lungo per un viaggio, relativamente breve per una scelta di vita. Ci sono emigrati che sono partiti 40 anni fa e mai piu' tornati.
Ho nostalgia della famiglia, di casa, degli amici, dell'Italia, dell'Europa. del formaggio, della pizza, delle tagliatelle fatte in casa. della mia cultura, della mia lingua.... ma non posso permettermi di andare avanti e indietro in aereo, anche per il fatto che ora sono in qualche modo vincolato da certe responsabilita'.La barca non puo' mai essere lasciata con meno di 4 persone a bordo per cui occorre organizzare per tempo le libere uscite di medio e lungo periodo.
Cio' non significa che non me ne possa andare quando voglio, ma a questo punto subentra una questione di rispetto per i miei compagni e per la barca stessa. Credo nel progetto e nel sogno che rappresenta per cui non mi sentirei moralmente in grado di abbandonare tutto e tutti senza considerare le conseguenze.
In altre parole ora devo e voglio stare dove sono. Con tutto quello che comporta. Nontante la stanchezza quotidiana mi ritrovo alla sera a cucinare davanti ad una stufa bollente ma se guardo fuori dall'oblo' vedo il mare, vedo luci di barche, rflessi acquatici e e il peschereccio degli indonesiani che ci regalano tonni di 20 chili. E penso che non ho nulla di cui lamentearmi.Mi piace. Sono un romantico e talvolta mi basta rendermi conto di dove sono e perche' sono in un certo posto per dimenticarmi di tutto cio' che rende difficile il quotidiano.
No, non sono stanco.
Sono stanco alla sera.Sono stanco perch'e non dormo mai piu' di 5 ore di fila.E addormentsarsi sapendo che dovrai svegliarti nel cuore delle notte per una ronda sul ponte, non e' sempre rilassante. Tuttavia e' indispensabile.Uno dei prezzi da pagare per viaggiare per mare su un grosso veliero.
No, non sono stanco. Sarei stanco senon avessi i miei libri, la mia musica,la possibilit'a di guardare un film.Ma posso fare tutto. Per guardare un film devo collegare casse, amplificatore, DVD player, e forse dopo 20 minuti e' tutto pronto.Se comincia a piovere devo mettere in pausa, chiudere tutto e terminare la visione dentro una sauna.Questo stanca.
Ma non sono stanco di quello che sto facendo. Se lo fossi , forse, sarei stanco di vivere. Ho scelto di viaggiare, ho scelto di essere questo. Saro' stanco solo quando avro' finito.
Finito cosa?
Di possedere questa idea. Ma non ora.
Ho gia' poubblicato un post
http://paroleincammino.blogspot.com/2009/03/per-saperne-di-piu.html
dove spiegavo cosa e'Heraclitus e a quali altri progetti e legato. Saro' lieto di rispondere a qualsiasi interrogativo.
In breve ricordo che Heraclitus e' un progetto del PLANET WATER EXPEDITIONS, una serie di spedizioni realizzate in 35 anni dal varo ad oggi. A sua volta questo progetto e' legato agli altri realizzati e seguiti dall'Institute of Ecothecnics (vedi sito). Il medesimo istituto ha relaizzato il progetto Biosphere 2
http://en.wikipedia.org/wiki/Biosphere_2
Non e' questo il momento per dilungarmi nello spiegare cosa sono i progetti e come funzionano.Voglio solo inviatare ad una riflessione su quello che implicano anche solo per la lo portata storica e planetaria.
Essere parte diun progetto di larghe vedute, lungimirante e ideologicamente interessante mi ha portato a conoscere moltissime persone interessanti dal punto di vista umano e culturale. Negli ultimi mnesi ho letto piu' libri che negli ultimi 10 anni. Sto studiando altri modi di pensare attingendo innanzitutto dalla fornita biblioteca di bordo.
Heracllitus non e' una barca per crocere o vacanze. Si lavora tantissimo ed e' una scuola.Di vita sociale e di cultura. Alcuni momenti ed aspetti possono essere non condivisibili. Sono il primo a dirlo. Ma l'idea vince.
Se sono ancora a bordo e' perch'e sento che non ho finito di imparare e forse se Capitan Claus, Christine e Eddie sono a bordo da oltre 10 anni non e' solo perche' amano il mare.
Io non sono certo fatto per fare il marinaio, ma sento che oltre alle migliaia di porti di possibili esisotno migliaia di onde e migliaia di uomini.
So che alcune delle cose che dico o scrivo nel blog potrebbero suonare come luoghi comuni o frasi fatte.
Nella maggior parte dei casi non e' cosi'.
Sono altrove.
Se scrivo e' anche perche' voglio provare a comunicare questo mondo, non solo di cultura e viaggio, ma soprattutto di tipologia di pensiero.
Alcune delle cose che dico, faccio, scrivo, non possono essere completamente comprese. E' come se io cercassi di capire cosa si prova ad essere donna. Oppure, piu' semplicemente e' come se provassi ad immaginare cosa si prova a lanciarsi col paracadute.
Lo immagini. Lo puoi vedere alla televisione, ma non sai.
Non sai fino a quando non ti lanci.
In questo senso alcune scelte o idee stonano se estrapolate dal contesto.
Tipo.
Lavorare senza guadagnare soldi.
Per un italiano nato e cresciuto in Italia e' difficle accettarlo.
Italia e' occidente, capitalismo, stile, lusso. Denaro.
Italia e' Anche Taormina e per mangiare una pizza a Taormina ci vogliono soldi.
Ci vogliono soldi per curarsi, per mangiare, per andare a trovare un amico, per telefonare.
Ci voglono soldi per molte cose.
Tuttavia molti meno di quanti pensi.
Molti meno.
Siamo pieni di bisogni indotti, di cose che servono perche' ci fanno credere che servono.
Io ne ho eliminate molte.
Vivo con poco, ogni tanto mi fermo per lavorare (vedi Argentina) e mi mantengo con quello che ho.
Finche posso vado. Poi....
Poi potro' andare a lavorare in uno degli altri progetti dell'Istituto
Potro' andare a fare l'architetto in Guatemala, potro' andare a lavorare all'orfanatrofio in Mozambico, potro' andare a lavorare in Irlanda...posso fare un sacco di cose...tutte possibilita' incontrate nell'ultimo anno.
Non le faccio perche' posso non farle e perche' ora non voglio.
Non ho paura di rimanere senza cibo. Sono fortunato... e non perche' conti su qualcuno. Conro solo su di me.
Non ho paura di morire perche' sto vivendo.
Non ho pura e quindi sono libero.
Tuttavia non farei il muratore o non lavorerei in un cantiere navale nemmeno per un'ora se non per uno scopo piu' lungimirante. Se lo faccio per l'Heraclitus e' per passione e come investimento in un altro futuro. In qualche modo si potrebbe considerare quello che sto facendo come una scuola. Un investimento sul sapere, ma soprattutto sull'essere.
A questo punto subentra la personalita'.
A me interessa essere un uomo migliore, mi interessa conoscere le emozioni, il pensiero, la mente.
A qualcuno potrebbe non interessare nulla. Come a me non me ne frega assolutamente nulla di calcio, di automobili, o come non mi interessano molto i libri di fantascienza, i film d'azione....
Gusti, scelte, passioni, stili...chiamali come ti pare, ma non sta scritto da nessuna parte che quello che fa la maggioranza e' giusto.
A tal punto io sono arrivato a mettere in discussione che non sia necessario accumulare denaro...
E se ti capita qualcosa?
Ma cos'e' quel qualcosa? se mi rompo una gamba ci vogliono 5000 euro al mese per tirare avanti, se mi viene un ictus non bastano 10000. Quanti ne devo avere per essere sicuro che qualsiasi cosa mi capiti sono coperto?
E quindi anche in questo caso subentrano altri livelli di pensiero che non posso spiegare in un post su internet, se non semplificando al punto di dire che la vita stessa, i rapporti interpersonali, la percezione degli individui e dei loro modi di fare sono tutti su un altro piano e quindi a mio avviso la cosa migliore da fare e' indagare, conoscere e scegliere, esprimere un'opinione, senza giudicare.
Credo che quello che sto facendo, in termini di viaggio, di confronto con l'infinito dell'oceano, di vita comunitaria in uno spazio ristretto, di apprendimento (come cuoco, elettricista, falegname, muratore, marinaio, fotografo, scrittore, musicista, creativo....) non possa essere contemplato con gli stessi parametri con cui si osservano sistemi piu' convenzionali.
Io non so quale sia il migliore, ma onestamente non mi interessa, perche' credo che il meglio sia solo quello che e' tale per noi stessi.
Quando saro' stanco, e lo saro', ovvero quando non avro' piu' energie per godere di quello che ora mi esalta, prendero' una pausa, piu' o meno lunga, ma anche in quella pausa spero di essere quello che sto scoprendo ora. E con la stessa convinzione spero di potermi confrontare con le difficolta' che forse, lo ammetto, in qualche modo sto fuggendo. Ma anche in questo caso, perche' la chiamo fuga? Sarei in fuga se non volessi tornare, se non potessi tornare, sarei in fuga se qualcosa o qualcuno mi rincorresse.
Niente di tutto questo, solo una profonda amarezza nell'aprire le pagine del quotidiano nazionale e vedere che il tempo non scorre. Vedere che mentre io sento il mondo nella stretta di mano con un pescatore, mentre io, proprio nella semplicita' della vita degli uomini trovo l'immensita' del pianeta che la globalizzazione ha reso piccolo, quello stesso mondo visto dai grandi occhi di chi lo guarda per noi, marcisce.
Forse da questo fuggo.
Tra storie lette, viste, vissute, ascoltate e sognate, ne ho tante. Ho nomi, luoghi e idee.
Se trovo un posto dove fermarmi, esploderanno.
E tu, che stai ancora leggendo, e magari ti chiedi cosa faccio e perche' faccio, prova a pensare che per scrivere questa storia, questa pagina, questo post io ho dovuto scrivere qualche pensiero su carta, trascriverlo su un pc di un internet cafe' in mezzo alla citta' mentre scappavo dalla lunga fila d'attesa dal dottore. Poi sono andato da dottore e mentre attraversavo la citta' a piedi, mentre stavo seduto sul furgongino che mi riportava alla marina con la musica fastidiosamente ad alto volume, io pensavo a queste righe ed ora sono al pc dell'hotel della marina, con l'acqua alla gola perche' tra 13 minuti mi vengono a prendere eppure scrivo, Scrivo perche' so chi leggera'. Qualcuno riflettera' su queste idee. E se riesci a figurarti tutto questo, questo giorno, questa storia, forse ci troverai una sottile vena di poesia, nel vedermi correre da una parte all'altra con la febbre nelle mani. Sto lavorando, e ancora non mi paga nessuno.
Sto lavorando macinando pensieri e trasformandoli in parole nel modo migliore possibile.
Lo faccio per passione.
Lo faccio perche' qualcuno, come te, leggendo questa storia pensera' alla propria.
Anche se molti mi scrivono piu' o meno in privato, che invidiano quello che faccio e i posti che visito e via discorrendo, forse vale la pena di fare un paio di conti e senza salti nel buio o decisioni drastiche, semplicemente prendere coscienza di quello che si e' di quello che si fa e di quello che si dice.
E' questo quello che faccio e sono.
Vivo.
Pensare che anche la vita possa essere ricondotta ad un sistema di entrate e uscite e' riduttivo e spaventoso. Al contempo pragmatico. Solo una questione di scelte.
Spero che quasliasi riflessione venga pubblicata nei commenti a questo post.
Non inviatemi email personali. Non per questa storia
Un abbraccio a tutti.
Domani cambiamo ancoraggio. Ci spostiamo a Scotland Bay per alcuni giorni.
Forse riusciro' a far funzionare il mio nuovo numero di cellulare che al momento non riceve sms dall'estero....
1 868 7163346. (Credo senza il +)
Il numero italiano non funziona
In ogni caso tonero' on line in una decina di giorni dovrei riaffacciarmi on line
Monday, September 28, 2009
Con le mani nei capelli
Ho la barba lunga. Molto lunga.
Fa caldo e ogni tanto mi prude. Spesso ho la mandibola protesa in avanti, mi gratto e penso che presto tagliero’ tutto.
Durante una passeggiata a St .James, piccolo paese poco lontano dalla baia di Chaguaramas, ho visto l’insegna che fa per me.
Barber Salon.
Salgo le strette scale, lastricate di mattonelle azzurre ed entro in quella piccola stanza piena di luce.
Il vento muoveva i pizzi delle tende che delimitavano l’apertura della finestra. La televisione ad altissimo volume invadeva l’aria pelosa.
Le luci fluorescenti ai lati dello specchio erano accese, ma ne’ quelle ne’ il giorno bastavano ad illuminare le facce nere dei due barbieri. Un grosso ragazzone e un vecchio.
Il vecchio era concentrato sulle macchine elettriche e non credo abbia nemmeno alzato gli occhi per vedere chi stava entrando.
La poltrona davanti allo specchio era libera.
Mousi mi fece cenno di accomodarmi. Aveva un pettine in mano.
Mi abbottono’ una fascietta bianca intorno al collo e poi un mantelo nero.
Zac zac.
Ah no, le forbici non servono, voglio una testa rasata, ormai non ho piu’ capelli e quelli che crescono crescono grigi.
Il ronzio della macchinetta si avvicina alle mie orecchie e sento il suono dei piccoli peli tranciati dalle lame elettriche.
L’aria della stanza e’ mossa da una grossa ventola di alluminio, ingabbiata come un grande uccello. Un cartello sopra l’orologio di legno ricorda che il regno dei cieli e’ vicino, che dobbiamo riconoscere i nostri peccati e prepararci alla nuova vita.
Un quadro appassito sorpa lo specchio. Il vecchio dice che e’ bellissimo. Forse l’ha guardato per tutti i 26 anni che ha trascorso li’ dentro, con le mani nei capelli della gente. O forse quella casa lungo il fiume e’ quella che avrebbe sempre sognato.
Mousi non dice nulla. E’ concentrato sulla perfezione della barba che mi vuole disegnare intorno alle labbra, intorno alla faccia. Taaglia i peli uno alla volta con una lametta stretta tra le dita.
Percepisco i peli tagliati. E’ un taglio preciso.
Ha lacrime tatuate sotto l’occhio e una croce divina. Dietro alla sua sagoma grande e scura un quadro pieno di teste rasate, di sculture di peli e disegni sulle nuche.
L’arte dela rasatura, titola il quadro.
Forbici, pettini, e un gioco di specchi nel quale ogni tanto mi perdo.
Mi piace potermi guardare senza fretta, una volta ogni tre mesi. Senza potermi muovere. Mi guardo dall’alto in basso e vedo che i miei occhi sono italiani. Mi piace scorpire di nuovo il mio volto, quello che avevo nascosto sotto tutto quel pelo. Mi piace sentire la precisione del metallo sui piccoli peli, la freschezza dell’acqua spruzzata sulla mia faccia. Mi piace l’alcool che brucia dentro i pori per pochi secondi,
E quel pennello, che mi spazzola la faccia, non era nelle mani del cuoco che solo un attimo fa spenellava di olio i pomodori dentro la TV?
Mi piace ripercorre i miei tagli di capelli, ordinare le rasature in una graduatoria che non ho ancora stabilito e mi vedo seduto davanti ad uno specchio. Un uomo che non ho mai visto mi mette le mani in testa. Gilson avrebbe paura, Eddie non lo sopporterebbe e per me, andare dal barbiere e’ diventato un rito, un evento speciale, un momento per guardarmi come non faccio mai perche’ non ho mai bisogno di specchi.
Qualcosa di semplice, per qualcuno settimale o mensile, e’ diventato un modo per scorpire la gente, farsi raccontare una storia.
Quella dell’Apartheid, seduto sulla poltrona di quel barbiere mezzo Italiano di Citta’ del Capo. La musica a tutto volume e l’aria calda dentro la capanna sul ciglio della strada di Quelimane, in Mozambico. La storia della famiglia di Adriano, il barbiere di Avenida Lacroze, nel quartiere nord di Buonos Aires.
E quell’ometto rotondo, con la faccia da giocatore di bocce della domenica al circolo sociale, con la voce da infante, un po’ tirolese. Era a Curitiba, nella stradina parallela a quella verso la casa del mio amico. La strada era coperta di pioggia. Era sera. Era gia’ buio. C’era un ragazzo seduto sulla poltrona. E io non volevo aspettare.
Avevo fretta di starmi a guardare
Doldrums
Scrivono canzoni di mare e di sapore di sale.
Lo vedono arrivare da lontano, nessuno sa da dove.
Comincia nel vento?
O laggiu’, laggiu’, laggiu’.
Lo senti l’eco di questo deserto vuoto?
E quella nebbia non era quello che chiami silenzio?
Quel velo d’argento, rotto da pinne di un mondo sommerso.
Sono lacerazioni senza dolore.
La ninna nanna non si ferma.
Nella culla del mondo io dormo.
Dormo
Dormo come un bimbo che ha gia’ assaggiato l’amore.
Lo trova in sogni che non ricorda e ha di nuovo profumo e colore
al primo tocco e settimo rintocco.
E’una giostra che gira.
Odo soltanto perfezione e mistero, contemplo senza spavento.
E fremo.
E tremo.
Mi attacco con i denti a frammenti di certezze che sfuggono e forse tra qualche giorno approdano.
Che forma avrai, nuovo mondo?
Ne’ pesce ne’ fiore.
Sei solo la terra.
Ancora, terra.
Quella che in fondo ho sempre amato.
In fondo.
Ci sei.
Ogni tanto riaffiori
E galleggi sopra i kilometri d’acqua che mi sono divertito a volare.
Senza paura, ma senza poter nemmeno guardare
Essere soltanto volo
Senza ali ne’ vertigini.
Eppure sospeso.
Quassu’.
Dove non posso nemmeno cadere
Posso solo morire.
Ed essere quel tuo movimento, tuo respiro.
Quello che sono riuscito a far diventare gesto del mio essere
Al contempo un’onda
Una stella
Un blocco di cemento
E tutto quello che ho cominciato
La prima volta che ho pianto
E stavo solo dimenticando.
Ho scritto queste righe ispirato da una poesia di Walt Whitman e dalla calma di qualche giorno di doldrum.
Non so quale sia la traduzione italiana per doldrum. Si tratta della
Questa particolare condizione climatica, geografica, nautica... e’ stata un momento interessante del viaggio appena concluso, dal Brasile a Trinidad e Tobago, da Croata’ a Chaguaramas, poco lontano da Port of Spain.
Il 30 agosto, alle 11:40 abbiamo levato l’ancora dalle sabbie del delta del Rio Parnaiba.
A bordo gli otto membri dell’equipaggio e Fininho, un pescatore della zona che ci avrebbe pilotato fuori dalla foce. Senza di lui sarebbe stato impossibile uscire dalla baia senza arenarsi in qualche banco, perche’ le carte nautiche invecchiano da un giorno all’altro. Le maree spostano ernormi masse di sabbia e solo chi entra ed esce costantemente con la barca e’ al corrente delle profondita’ dei fondali.
Mentre svolgevamo le operazioni di manovra per levare l’ancora a mezzo miglio da noi galleggiava la canoa di Sio Ze’, con a bordo Antonio e Dona Luisa, i custodi dell’isola.
Un’anziana signora, madre di nove figli vissuta tra sabbia e capre per oltre 70 anni, salutava la barca nera che per 30 giorni aveva riempito la cornice della sua finestra, rispondendo alla quotidiana domanda:
Verranno oggi?
Qualche volta qualcuno andava da lei, a portarle un dolce, a prendere il pesce o a giocare a domino.
Per tutta la vita ha visto soltanto piccole canoe di legno di pescatori della zona, ha visto gamberi dentro le reti. Ed ora, da un futuro che aveva smesso di pensare e da un passato che aveva smesso di avere, e’ riemersa una barca di storie e giorni e sorrisi e abbracci.
Addii.
Fininho era appollaiato sopra la vela di mezzana, cercando di individuare in anticipo le zone di acqua bassa. Con la mano sinistra indicava al capitano la direzione da seguire, piu’ o meno a dritta, piu’ o meno a babordo.
La marea si stava alzando, perfettamente calcolata a nostro favore. Avevamo studiato in anticipo i tempi e gli orari delle maree in modo da essere sopra il punto piu’ basso in coincidenza con la marea al massimo livello. L’indicatore di profondita’ era ed e’ un po’ sballato e quindi non completamente affidabile. Erano sicuramente piu’ valide le grida di Eddie, aggrappato alle corde dell’albero maestro.
- Vedo una zona di acqua piu’ scure, 7 punti a dritta.!
Fininho sapeva quel che faceva, Eddie era allerta e il Capitano aveva il controllo generale, cercando di icrociare tutte le informazioni a disposizione
- Michelle, profondita’?
-7.2
- Dario, segna un punto nave e dimmi la profondita’ sulle carte?
- Roger....6.5
- Roger
-Juju, angolo del timone?
- 3 a dritta
-Roger, vai 5 a dritta.
- 5 a dritta....5 a dritta attivato.
- Roger
- Gilson, prepara l’ancora.
- Roger.
-Juju, cosa indica la bussola?
- 275
- Roger, vai a 280 e dammi un mark.
- Roger. ....280, mark
- Roger, segui questa rotta.
- Roger.
L’eccitazione e’ sempre alle stelle quando approcciamo o lasciamo terra. Adrenalina mista a concetrazione, tensione mista a stupore.
Fininho pensava, osservava.
Solo quando ha percepito che eravamo fuori dai banchi e’ sceso dalla sua postazione sopraelevata ed ha abbracciato tutti, felice di essere riuscito a portarci fuori senza probelmi.
- Ok, gettare l’ancora.
L’inconfondibile suono della catena che esce dal buco di metallo invase tutta la barca. Le virbazioni metalliche si spinsero fino alle punte delle mie dita. Le vidi tremare mentre scrivevo sul diario di bordo.
Ancora gettata alle 14.35 al largo di Tutoia.
Un abbondante piatto di pasta al ragu ci aspettava in Synestesia. Poco dopo Eddie stava azionando il motore del gommone legato a babordo, pronto per riportare Fininho a riva.
Il resto della truppa aspettava nuovi ordini.
Il mare era abbastanza mosso e il giorno volgeva al tramonto.
Anche se Eddie era di ritorno in meno di un’ora era troppo tardi per le issare le vele.
Avremo passato la notte ancorati in quel mare agitato, in balia del vento e dell’immediato destino.
Soltanto 8 marinai, di cui due alle primissime armi.
Se mi fermavo a pensare che stavamo per partire per un viaggio di 1500 miglia avvertivo scariche di tensione che anche se provavo a concetramri su altro, rimanevano involontariamente tra le vene, destinate a scaricarsi o a sedimentare sotto strati di pelle salata e bruciata.
Il giorno dopo, all’alba, eravamo tutti pronti.
La colazione era stata servita alle primissime luci e l’ancora e il sole si alzarono contemporaneamente.
Il mare era ancora agitato. Soffiava un vento di oltre 30 nodi, come da previsioni, ma non avevamo piu’ alcuna possibilita’ di scelta. Avremmo dovuto issare le vele quanto prima possibile per stabilizzare la barca che stava sballontando da tutte le parti quasi ingovernabile. I boccaporti erano tutti chiusi, le cime srotolate e l’argano pronto.
- Dario, vai al timone!
- Roger.
-Dario, cosa indica la bussola?
- 180.
- Ok, vai a 190.
190 era la direzione del vento. Avrei dovuto cercare i mantenere la barca quanto piu’ nel vento possibile, in modo da facilitare le operazioni per alzare le vele.
Il rollio e beccheggio rendevano difficle stare in equilibrio, ma con fatica riuscivo a mantenere la barca in rotta. Stavamo navigando verso la costa per cui avremmo dovuto terminare prima di avvicinarci piu’ di 2 miglia. Tutto a dritta, 10 a babordo, 30 a dritta.....
Stato.... dua.... tiga, urlava Eddie sul ponte, cercando di dare ritmo.
Le vele si alzavano lentamente, ma quasi ininterrottamente. I 4 che giravano l’argano erano a pochi metri da me e io potevo seguire tutta la scena dal boccaporto della cabina comandi.
A meta’ mattina Gilson suono’ i 4 rintocchi dell 10.
Le 3 vele bianche erano infilate nel cielo come lame nella carne.
Iniziavano i turni di guardia.
Addio Brasile.
Ervamo in rotta per i caraibi e tutto poteva ancora succedere.ochi giorni dopo eravamo nei pressi della foce del Rio delle Amazzoni. Osservavo le carte nautiche e sentivo una forte emozione nel vedere che stavamo costeggiando uno dei fiumi piu’ grandi del mondo, che stavamo lasciando il Brasile, approcciando l’equatore e le coste della Guyana, del Suriname, .... Era tutto un po’ irreale.
In fondo io vedevo solo un orizzonte piatto, onde e cielo. Ma a poche miglia da me c’erano altri mondi, nuovi mondi. Un uccello appollaiato sul parapetto portava qualche sapore di terra.
Eravamo a distanza di un volo, a distanza di passero.
Enormi pesci nuotavano a dritta per ore ed ore, in un sadico gioco al limite della battaglia.
Un enorme Maimai abbocco’ alla lenza di Eddie.
Eddie avvolgeva ilmulinello e il capitano era pronto ad agganciarlo con l’uncino, ma la forza con cui il pesce voleva sopravvivere spezzo’ la lenza e nello stesso istante in cui noi avevamo perso la preda lui sentiva di nuovo la liberta’.
E poi i delfini, innumerevoli e giocosi, saltavano a prua a tutte le ore del giorno. Delfini di diversi tipi. Sentirli urlare, e ridere e rimbalzre dentro e fuori dall’acqua e’ uno spettacolo che non stanca mai.
Delfini, tonni, e calma piatta.
Tramonti, albe, cene e candele.
E niente.
Pensieri e qualche momento difficle tra i marinai di una truppa che non sempre e’ facile tenere insieme.
Oceano infinito e piccolo mondo nero.
Piccolo spazio per tutto l’immenso di quello che posso sentire.
E storie, che tengo strette dentro, e quando comincio a raccontarne anche e solo qualcuna mi ritrovo gia’ di nuovo a terra.
Tra piattaforme petrolifere che incendiano la notte. Le vedi. Sono come citta’ in mezzo al niente della notte.
Le fiamme enormi, le luci elettriche. E tutte le storie dell’oro nero sono li’, a bruciare a poche miglia dala mia rotta.
Sono al tirmone da piu’ di tre ore.
Hanno bisogno di me.
Devo provare a non addormentarmi. Devo tenere gli occhi sulla bussola, sull’indicatore del timone. Devo cercare di non andare troppo a zig zag, per non confondere le altre navi.
Ho sete, ma sono sempre sul filo teso della felicita’, consapevole che questo cielo di stelle e’ anche per me.
E quelle luci sono di terra. Non sono stelle ne fiamme.
Un’altra citta’.
- Ehi, Dario, vedo qualcosa nel Radar che non dovrebbe essere li’.
- Che faccio? Cambio rotta?
- No, non ora, se vai a dritta strambiamo, il vento e’ gia a sei punti.
- Roger.
In pochi minuti la cosa scura sul radar era sopra, o sotto, di noi. La macchia della barca e la macchia sconosciuta si sovrapposero e in quel momento comincia a sentire un suono di cascata.
Era una corrente fortissima. Io ero al timone e non potevo vedere niente, ma guardando la bussola mi resi conto di quello che stava succedendo. Non potevo piu’ governare la barca. Si era infilata nella corrente e stavamo andando verso la costa a piu’ di 3 nodi.
- Gilson, aziona i mori
- Roger.
Appena sentii il rombo il capitano mi ordino’ di azionare la marcia e di ritornare alla rotta che stavo seguendo. Nel frattempo sul ponte stavano mettendo le vele in mezzadria. Vento a sei punti.
Nella notte attraversammo lo stretto della Bocca del Dragone, che divide Trinidad dal Venezuela.
Alle 9 del mattino del 20 settembre stavamo gettando l’ancora nella baia di Chaguaramas, dopo un viaggio che ha qualcosa di storico.
Equipaggio ridotto, dal Sud America al Centro America, dopo 6 mesi in Brasile, attraverso l’equatore, Terra di vecchi amici e di marinai del passato, per continuare questa spedizione che dal mare dei coralli al mare nero prima di tutto vuol conoscere l’uomo.