Il 2 giugno 2008, pochi giorni prima di partire per il Sudafrica, inauguravo il neonato blog Parole in Cammino riportando una poesia dal titolo Ode alla vita, che erroneamente attribuii a Pablo Neruda. Mi piace l’idea di inaugurare la veste di questo blog, per certi aspetti nuovo, riportando la stessa poesia, citando la vera autrice: Martha Medeiros, poetessa brasiliana.
L’errore è stato diffuso da internet e peggiorato dopo l’intervento di Mastella nel 2008.
Nell’articolo di Repubblica.it che denuncia l’errore è scritto: Stefano Passigli, presidente della Passigli editori, che pubblica in Italia le opere del Nobel cileno, ha dovuto fare un comunicato. “Chi conosce la sua poesia – spiega Passigli – si accorge all’istante che quei versi banali e vagamente new-age non possono certo essere opera di uno dei più grandi poeti del Novecento”.
Pablo Neruda, tuttavia, nel suo discorso in occasione della consegna del Nobel, dice
” solo con una ardiente paciencia conquistaremos la espléndida ciudad que dará luz, justicia y dignidad a todos los hombres. Así la poesía no habrá cantado en vano.”
La frase è anche il finale dell’ode alla vita ed è presa da Rimbaud , il poeta veggente :
“A l’aurore, armés d’une ardente patience, nous entrerons aux splendides villes” (All’alba, armati di ardente pazienza, noi entreremo nelle città splendide).
ODE ALLA VITA di Martha Medeiros
Lentamente muore
chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle “i”
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore
davanti all’errore e ai sentimenti.
Lentamente muore
chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita, di fuggire ai consigli sensati.
Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.
Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare
chi passa i giorni a lamentarsi
della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore
chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.
Soltanto l’ardente pazienza
porterà al raggiungimento
di una splendida felicità.
Tuesday, November 19, 2019
Un vestito nuovo
Avevo un bel vestito. Era fatto tutto con le mie mani. Aveva dei fiori e delle foglie. Erano decorazioni newclassic. Mi piaceva, ma aveva cominciato a starmi stretto.
Non so se sono ingrassato io o se si è rimpicciolito il vestito. Ma ho la sensazione di essere un po’ ingrassato.
Era un vestito nero. Nel corso degli anni avevo aggiunto delle toppe di altri colori. Tutte con quei fiori. Mi piacevano. Ma non sono sicuro che mi stesse bene.
Poi ho comiciato a guardami un po’ in giro ed ho visto che ero fuori moda.
Completamente fuori moda.
Non che fosse un male, non mi piacciono le mode, ma era un po’ come cercare di guardare le videocassette quando tutti guardano i DVD. Ero fuori tempo.
Così sono andato un po’ in giro e ne ho trovato un altro. Anche questo sembra essere fatto per poter essere aggiustato a seconda dei propri gusti.
Intanto me lo sono sistemato un po’ qua e là, accorcciando e tagliano, poi magari, deciderò di modificargli il colore. Vediamo.
Spero la gente mi riconoscerà lo stesso.
Il vecchio vestito, comunque,non l’ho buttato. E’ nell’armadio, con un’etichetta
Vest-Sito personale precedente.
Vest-Sito personale precedente.
Il viaggio come fuga ed evasione. Da cosa? Posted on luglio 1, 2011 by dariosorgato Dico di essere un viaggiatore, di amare il viaggio, di voler viaggiare. Lo dico a me, per autoconvincermi che è davvero così. Poi, ogni tanto, ci penso. E mi chiedo perchè viaggio? perchè voglio viaggiare? Anche se non sono attualmente in movimento, non sono nemmeno fermo e recito questa parte ambigua in una terra che non è la mia. Ma di questo viaggiare statico, ne ho già parlato. Ora vorrei soffermarmi su una delle tante sfaccettature del viaggio: la fuga. Sono anch’io in fuga? Sto forse scappando da qualcosa, da qualcuno? Mentre me lo chiedevo mi sono imbattuto su un testo molto interessante, di Erika Eramo. La giornalista e scrittrice ha pubblicato sulla rivista Aperture un articolo dal titolo Il viaggio come inutile fuga dall’io: tecum sunt quae fugis, Gira e rigira, però, quando si parla di viaggio come fuga i riferimenti bibliografici più rilevanti sono due: Seneca e Baudelaire. Il primo affronta il tema nelle Epistole morali a Lucillo. Il secondo in Les Fleurs du Mal. Tuttavia Seneca scrive a Lucillo citando Virgilio e con una serie di domande retoriche cerca di spiegare che il viaggio non è un modo per fuggire, poichè ciò da cui cerchiamo di allontanarci è il nostro io. “Perché ti stupisci, se i lunghi viaggi non ti servono, dal momento che porti in giro te stesso? Ti incalza il medesimo motivo che ti ha spinto fuori di casa, lontano” Baudelarire, invece, sceglie la fuga dei sensi, l’evasione dalla realtà ad opera di droghe ed alcool. Anche questo era un modo diverso per conseguire il medesimo scopo: la fuga, ancora, da se stessi, dalla propria angoscia, da quello che il poeta maledetto definiva Spleen Passano gli anni, i secoli, ma l’uomo sembra non cambiare. Solo qualche decennio fa A. A. Tarkovskij scriveva: C’è un solo viaggio possibile: quello che facciamo nel nostro mondo interiore. Non credo che si possa viaggiare di più nel nostro pianeta. Così come non credo che si viaggi per tornare. L’uomo non può tornare mai allo stesso punto da cui è partito, perchè, nel frattempo, lui stesso è cambiato. Da se stessi non si può fuggire. Tutto quello che siamo lo portiamo con noi nel viaggio. Portiamo con noi la casa della nostra anima, come fa una tartaruga con la sua corazza. In verità, il viaggio attraverso i paesi del mondo è per l’uomo un viaggio simbolico. Ovunque vada è la propria anima che sta cercando. Per questo l’uomo deve poter viaggiare. Anche nel caso di una vacanza bisettimanale, o di un weekend in montagna, il viaggio diventa un’evasione: dalla routine, dalla città, dal rumore, dal traffico. Ma in questi casi è una normale necessità di cambiare ambiente, scenario e di recuperare energie ‘staccando la spina’. E’ evidente che non è questo il caso. Il viaggio come fuga da se stessi è qualcosa di più profondo, di più viscerale. Una sorta di necessità che una volta attuata sembra quasi assumere un certo appeal. E’ molto probabile che tutti i grandi viaggiatori avessero una ragione interiore che alimentava il desiderio di scoprire e di esplorare, ma a noi arrivano solo i chilometri percorsi, gli appunti, le immagini. Ma cosa c’era dentro il loro animo? Cosa li spingeva ad andare? Nello stesso modo mi sono chiesto io stesso se i miei viaggi sono e sono stati fine a se stessi oppure sto cercando di deporre il fardello che grava sul mio animo (Seneca)? Quale? Da cosa fuggo? Da cosa, da chi mi nascondo? La riposta è ancora una. Da me. La domanda, infatti, è un’altra. Perchè? Forse perchè non ho ancora accettato quello che sono, come sono. Forse perchè in qualche modo mi sono sempre nascosto, e ora ho trovato soltanto un altro modo per continuare a farlo in modo più proficuo. Forse non ho accettato i miei difetti, i miei problemi e cercando di nascondere quelli ho cominciato a nascondere me. Creando anche altri Me. Ognuno con una parte diversa, da recitare a seconda delle occasioni e delle situazioni. Ed ora, che vorrei soltanto essere uno, non mi trovo, continuo a cercarmi e intanto non sono nessuno. Fuggo da me, mi rincorro e credo di potermi ritrovare lontano. Che poi mi vada a cercare nei posti migliori è indubbio. Mentre mi cerco trovo pezzi di mondo che per terra o per mare mi hanno fatto amare anche quello che inevitabilmente nel viaggio si scopre e si impara, si conosce, si vive e si condivide. LEGGI ANCHE • Il viaggio, la fuga e la ricerca dell’identità personale nel giovane adulto • Seneca, i viaggi e l’inutile fuga…(Epistole morali a Lucilio) • Il Tedium Vitae e la fuga da se stessi Share Posted in Viaggi | Tagged evasione, fuga, viaggio | 5 Comments Cos’è il viaggio? Chi è il viaggiatore? I diversi tipi di viaggio. Posted on maggio 4, 2011 by dariosorgato Sono tornato un anno fa dal lungo viaggio da Città del Capo a L’Avana. Da tre mesi vivo a Berlino. Ho una casa, frequento un corso intensivo di tedesco, lavoro. Sono in viaggio? Tecnicamente no, non credo che sia sufficiente vivere in una città o nazione diversa da quella di origine per poter dire di essere in viaggio. Se la migrazione è definitiva o progettata per durare a lungo, si tratta di fatto di un trasferimento. Tuttavia al di là della retorica per cui “la vita è un viaggio (e viaggiare è vivere due volte)”(Omar Khayyam) effettivamente se non sono in viaggio, sono quanto meno in movimento. Generalmente si parla di viaggio quando vi è uno spostamento piò o meno continuo per un periodo più o meno lungo, ma come si sa, ogni viaggio comporta anche un cambiamento interiore e quindi un moto dello spirito. Che movimento e spostamento debbano coesistere per poter rientrare nella categoria viaggio non è scritto nella definizione, che anzi, contempla entrambe le possibilità: viaggio fisico e metaforico. A questo punto dipende dalla indole personale e da quanto ciascuno di noi sa e vuole viaggiare nella propria mente, nella propria quotidianità, nel proprio territorio e nel mondo. Detto questo alla domanda se sono o meno in viaggio rispondo si, lo sono sempre. Cambio velocità, modi, compagni, percorsi, paesaggi, ma non credo di essermi mai fermato troppo a lungo. Anche in questo caso i gli aggettivi e le caratteristiche notoriamente riferite ai viaggi intorno al pianeta sono applicabili ai viaggi interiori. La velocità, per esempio, è determinata dalla quantità di stimoli che ricevo dall’esterno, che accelerano il pensiero accostando immagini, visioni, fantasie. Oppure i paesaggi, che snon sono altro che i territori della cultura e delle diversità che adoro esplorare. Per esempio per quanto la Germania sia un Paese Europeo, e fossi convinto di conoscerlo a sufficienza da preferire viaggi in Africa o Sud America, mi stupisce per le sfumature che colgo apprendendo lentamente il linguaggio, per come vengano affrontati i problemi sociali, per la forma mentis diversa dei tedeschi (al di là dei luoghi comuni che tendono a banalizzare i dettagli), per il clima. Già, il clima. Si legge sui libri, si sente nei bar la vecchia storia che al nord la gente è più fredda rispetto ai Paesi mediterranei. Ma prima di questi tre mesi in Germania non sapevo esattamente cosa volesse dire avere freddo, essere freddi. Un capitolo a parte meriterebbe la scuola di lingua. Ogni lezione è un viaggio. La classe attuale del secondo modulo del primo livello dell’Integrationkurs è composta da un brasiliano saxofonista jazz, due turche, un marocchino cuoco, un francese-serbo tecnico luci di teatro, tre italiani disoccupati, una spagnola videoartista, una libanese incinta, un’australiana silenziosa, un ganese simpaticissimo, una Barbie polacca e un polacco meccanico, un ceceno col braccio spezzato, tanta barba e nessun capello. La maestra camerunese non ce l’ho più, in compenso due signore tedesche stanno cercando di insegnare questa ostica lingua a questo miscuglio di gente e colori. Basta fare l’appello per aver viaggiato mezzo mondo. Basta che qualcuno faccia un gesto con la mano per richiamare l’attenzione perchè un altro creda che sia finita la lezione. Viaggi della mente, viaggi di lavoro, viaggi turistici, viaggi fantastici, viaggi lunghi e brevi. Come non è la macchina a fare il fotografo, un libro a fare lo scrittore, non è il viaggio a fare il viaggiatore. Viaggiatori si è. Si diventa, ma a mio avviso non si nasce. Al massimo si cresce viaggiatori, invogliati da genitori e amici con i motori sempre accesi, i piedi sulla strada, le chiappe su una sella. Sono in viaggio e quando mi rendo conto di esserlo, quando, come ora, ho il tempo (e anche la voglia) di raccontarlo, mi accorgo che il mio viaggio è fatto di tappe lunghe, di tempi lenti, di rapporti umani. Certo, vorrei potermi estasiare di fronte al Macchu Picchu più spesso, ma mentre cerco di risolvere il conflitti interiori che mi spingono a cercare sempre altrove quello che sembra mancare intorno a me, maturo la convinzione che essere viaggiatori è uno dei possibili modi di essere, condizione che alimenta sè stessa con il continuo desiderio di andare. SE TI INTERESSA LEGGI ANCHE Forum Lonely Planet Share Posted in Racconti, Viaggi | 5 Comments Alberto Granado Jiménez. Quando muore un viaggiatore… Posted on marzo 7, 2011 by dariosorgato 5 Marzo 2011. Muore Alberto Granado Jiménez. Aveva 88 anni. I motivi per cui voglio dedicargli un articolo sono tanti. E’ nato a Cordoba, in Argetina, (Sono passato da Cordoba nel giugno 2009). Da Buenos Aires (aprile-giugno 2009) è partita la spedizione raccontata nel libro Latinoamiericana e film The Motorcycle Diaries che ho visto per la prima volta a Melbourne, prima di partire per un lungo viaggio alla scoperta dell’Outback australiano. Quei 16000 chilometri sono parte del libro UN ANNO IN OTTO ORE. Altri tempi, altro continente, altre ruote. Stesso spirito, stessa grande voglia di conoscere il mondo. Che Guevara e Granado ribattezzarono la loro motocicletta La Poderosa. Io e il mio compagno di viaggio guidavamo Il Pallottola. Credo che i motivi che ci spinsero a dare un nome al veicolo fossero in qualche modo simili. Sia la Poderosa che il Pallottola non erano mezzi su cui scommtterci troppo. Infatti entrambi hanno ceduto ed ogni rottura durante un viaggio è inevitabilmente la miccia per inaspettati eventi sucessivi, nel bene e nel male. E’ l’imprevisto del viaggio, il fattore incalcolabile ma immaginabile. Sai che potrebbe succedere ma nè dove nè quando nè come. E in ogni caso, parti. Granado, come me, era quello che annotava le vicende, le tappe, i chilometri. Scrisse: “Prima volevamo conoscere il mondo, dopo volevamo cambiarlo”. Non è questo ciò che muove i viaggiatori? Questa voglia di conoscere il mondo che spinge sempre oltre e altrove? Di Che ce n’è uno. Forse lui è riuscito a cambiare il mondo, o un pezzo di mondo. Ma non è questo il punto. Il mondo lo si cambia anche solo viaggiando, perchè conoscendo, apprendendo, confrontandosi, si cambia il modo di essere e di vivere, per avvicinarlo ad uno stile umano che va oltre il proprio territorio. Viaggiando si capisce che i confini degli Stati sono solo un fattore politico che con il tempo è diventato culturale. Le limitazioni orografiche e idrografiche coincidono in minima parte con limitazioni politiche. Granado si era trasferito a Cuba nel 1961. Ed è a l’Avana che è morto. Cuba, ultima tappa del mio viaggio di 681 giorni. Chi è stato a Cuba probabilmente si visualizza il personaggio in maniera diversa. Forse anche la sua morte. Era un tipo gioviale, simpatico. guardando le sue interviste e le sue foto mi viene voglia di ballare. E’ come se avesse avuto il tempo di farsi tatuare sulla pelle il sole dei Caraibi, la musica di Cuba. E’ vero, è una delle isole più isolate del mondo, ma c’è uno spirito, là dentro, che è ancora quello genuino con il retrogusto della semplicità. Non so cosa si provi ad essere l’amico del Che. Non che essere amico dei miei amici sia meno importante, ma sapere di avere iniziato con lui un sogno che ha toccato il mondo intero, forse ha il sapore di una risposta. Una. Alle mille domande del perchè viaggiamo, del perchè anche oggi cerchiamo l’avventura. In motocicletta, in vespa, a piedi, col furgone, in biciletta. Forse è viaggiando che cominciano i sogni. Quelli che credevamo che si potessero estinguere arrivando…dove? Quando, alla fine, muore un viaggiatore, rimangono le tappe, i chilometri, le orme. Rimane quello che è cambiato solo per il fatto che di qui/lì siamo passati. Share Posted in Attualità, Storie, Viaggi | Tagged alberto granado, argentina, che guevara, cordoba, perchè viaggiamo, viaggio | Leave a comment Diario di viaggio. Il valore di scrivere sulla carta. Posted on febbraio 7, 2011 by dariosorgato “La miglior cosa sarebbe scrivere gli avvenimenti giorno per giorno. Tenere un diario per vederci chiaro. Non lasciar sfuggire le sfumature, i piccoli fatti anche se non sembrano avere alcuna importanza, e soprattutto classificarli. Bisogna dire come io vedo questa tavola, la via, le persone, il mio pacchetto di tabacco, poichè è questo che è cambiato. Occorre determinare esattamente la natura e l’estensione di questo cambiamento.” J.P. Sartre, da La nausea I piccoli fatti. Questo consente di fare la carta. La carta è immediata, è parte del viaggio. La carta assorbe l’odore, la pioggia. La carta brucia. Ci sono pagine dove ho provato ad imprimere un profumo, dove ho scarabocchiato la rabbia, pagine che ho baciato, che ho stracciato e poi incollato. Ci sono biglietti, indirizzi. La carta pesa, ma è ancora assolutamente insostituibile. Ci sono pagine scritte su fogli a righe, altre su quadretti di quaderni comprati a Cuba. E c’è questa pagina, nella foto. La prima di un diario comprato a Blantyre, in Malawi, dentro un piccolo laboratorio di carta riciclata, prodotta a mano da altra carta o da merda di elefante. Davvero. non ci credevo che un giorno avrei scritto su quel che era sterco gigante. Come scrisse J.P Sartre all’inizio de La Nausea, tenere un diario serve a vederci più chiaro, ma non necessariamente subito. Magari a distanza di giorni o settimane. E quindi la carta e solo la carta permette di appuntare e non di scrivere. La carta da viaggio non vuole necessariamente il senso compiuto. Il messaggio che contiene deve essere per forza trasformato, riletto, riscritto, prima di essere tramandato. Le sfumature. Quante volte me lo sono detto io stesso che sono quelle a dare vita ai colori. La polvere dell’Africa si puà quasi palpare tra le pagine ruvide di un diario che è esso stesso un pezzo di Africa. Sicuramente c’è qualche granello, qualche atomo di polvere, magari il sangue rappreso di una zanzara schiacciata tra le pagine. “La mia Africa comincia tra piedi scalzi e scarpe lucidate in città’ Ruvida e liscia. Sporca e lucente. Piena di contrasti e di chiassosi accostamenti. “Pensieri che vogliono diventare parole ” strisciate sulla carta come piedi sulla polvere. Come serpenti, come gocce. Una penna che scorre su carta e merda come piedi di bambini che calpestano la terra. Quanta Africa ho ritrovato in questa pagina, quando, dopo più di due anni, l’ho riaperta, riletta, riscritta. Se anche tu viaggi, se scrivi, fallo ancora e per molto tempo, sulla carta, con la penna. Tutto il resto (Tablet, Pad, Pod) non è ancora poesia. Nè viaggio. Nè emozione. Share Posted in Scrivere, Viaggi | Tagged carta, diario di viaggio, penna, scrivere, viaggio | 1 Comment Adrenalina da partenza e ansia da viaggio: il bello e il meno bello del viaggiare. Posted on gennaio 27, 2011 by dariosorgato La funzione fondamentale dell’adrenalina è quella di predisporre l’organismo ad affrontare situazioni di emergenza sul piano fisico ed emotivo. Nelle situazioni di incertezza e precarietà “provare adrenalina” equivale a sentire una sensazione forte che annienta tutte le altre; una sensazione però che anche quando non è piacevole viene spesso ricercata. Un viaggio è indubbiamente una situazione di rischio, di incertezza. Certo, ci sono viaggi dove è già tutto programmato e stabilito per cui si riducono le possibilità di incorrere in qualche pericolo o imprevisto, ma recarsi in posti nuovi conoscere persone diverse, confrontarsi con culture sconosciute, aumenta la probabilità di trovarsi in situazioni nuove che non sappiamo come affrontare o gestire. Per molti questo è un problema, una sensazione spiacevole, mentre altri ricercano proprio questo e trovano proprio in questa curiosità verso il non conosciuto lo stimolo per cimentarsi in nuove avventure. Forse si può generalizzare dicendo che l’adrenalina che si sviluppa prima della partenza, che culmina in aeroporto o comunque quando decolliamo o salpiamo, è una sensazione positiva, quella che muove i viaggiatori, mentre l’ansia viene vissuta male. Le cause sono probabilmente legate a qualcosa di profondamente personale e solo un percorso introspettivo individuale può portare a scoprirle e quindi vincerle. Ma come possiamo fare per trasformare queste sensazioni in qualcosa di positivo? Potete trovare qualche vademecum nei siti di psicologia che vi forniscono qualche consiglio utile, ma il mio suggerimento è quello di cercare le cose positive del momento, di dimenticarsi dei rapporti affettivi che ci legano a casa. Focalizzarsi sul luogo, osservare, ascoltare, essere presenti con tutti i ricettori sintonizzati sugli stimoli che ci circondano. Vivere un viaggio portando l’attenzione su quello che ci manca, su quello che non c’è non aiuta a cogliere la diversità del luogo, le difficoltà diventano insormontabili, mentre proiettarsi completamente nella nuova situazione aiuta ad affrontarle come un momento che ci appartiene, anche se non si svolge in un luogo famigliare. Forse molti di noi sono abituati a sentirsi protetti nell’involucro delle abitudini. Queste rassicurano. Non ci costringono ad alcuna scelta. Il viaggio costringe ad una scelta e selezione costante, ma è quello che trasforma il viaggio in una crescita. I villaggi turistici, infatti, puntano proprio alla riduzione al minimo dell’iniziativa personale, proponendo pacchetti preconfezionati di attività ed escursioni. Scegliere. Occorre imparare ad essere liberi anche sapendo scegliere dove andare a cena, cosa fare il giorno dopo, dove essere con tutto il corpo e la mente. Share Posted in Racconti | Leave a comment Messico a Milano. Perchè il viaggio comincia ancor prima di partire Posted on gennaio 13, 2011 by dariosorgato Guestpost di Luca Il Messico, un paese che alle orecchie di noi italiani suona come una meta leggendaria, un sogno da realizzare il viaggio della vita o in due semplici parole: il viaggio. Pensandoci a distanza di anni, con un po’ di nostalgia mal celata, capisco perché quando, poco piú che maggiorenne, sentito per la prima volta l’impulso di viaggiare, il pensiero é andato automaticamente al Messico. Abatantuono e soci improvvisati narco-trafficanti tra Acapulco e Real de Catorce o semplicemente Vasco che, in una Y10 guidata con ingenuità ed una sigaretta accesa a finestrini abbassati, urla a squarciagola “Vado al massimo vado in Messico”! E poi ancora i libri di Cacucci cosí veri da sentire la polvere sui polpastrelli ad ogni pagina girata, questo e tanti altri pezzi di quel puzzle, di quel viaggio, di quel sogno di quella sensazione e quell’immensitá che é il Messico. E allora si lavora d’estate a Milano con la cittá deserta ed un’afa che vedi sudare anche zanzare, ma va bene cosí ogni giorno sono 80 mila lire da scalare al prezzo del biglietto aereo poi altre 80 che si trasformeranno in tequila o mezcal ed in biglietti per un autobus di terzera che mangeranno la strada in notti da un miliardo di stelle. Il sogno é gia iniziato, il Messico é giá lí, i navigli in agosto sono fiumi in piena tu sei un fiume in piena, in balia di quelle sensazioni scatenate dall’attesa del primo grande viaggio della tua vita. Tu sei lí ma solo fisicamente, percepisci la grandezza dell’evento, sai che una volta tornato nulla sará piú lo stesso tu per primo sarai un’altra persona. É un’occasione unica, di quelle da “una volta nella vita” e non c’è veramente tempo da perdere. Lo hai giá capito che il viaggio é iniziato e perció sono notti passate consultando cartine, guide turistiche e parlando solo del viaggio. Qualche volta capita di incontrare qualcuno che in Messico c’é giá stato qualcuno che la sua iniziazione l’ha giá avuta come un tatuaggio indelebile. Diventi una spugna assorbi tutte le informazioni possibili, prendi nota di tutto ed ogni 2 giorni l’itinerario cambia, le fotografie dei luoghi ed i volti delle persone, che sogni incontrerai, lasciano ogni notte il posto a volti e luoghi nuovi. La mattina alle 8 c’é la sveglia ma non importa, il suono é soave, il sonno delle ore non dormite provoca un dolce effetto rilassatezza, sei tranquillo stai giá viaggiando. Il tempo passa e le giornate si accorciano in quella fine estate milanese. La cittá si riempie e tu ridi in faccia a tutta questa povera gente che é tornata dalle loro tristi vacanze, tu sei anni luci lontano, sei 1000 kilometri l’ora piú veloce di loro. Ora il sogno deve fare i conti con piccoli istanti in cui hai bisogno di tornare alla realtá: lo zaino da preparare, i travel cheques e qualche centinaia di lire cambiate in banca che devi passare a prendere, qualche saluto agli amici dato con un ghigno sulla faccia. C’é l’hai fatta, l’estate di lavoro é passata il caldo torrido é un ricordo, l’eccitazione di notti insonni si sta trasformando in adrenalina. Sei lí e davanti alla vetrata c’é un Boing della KLM e quando atterrerá il sipario si aprirà; tu sei pronto, il copione lo stai studiando da giorni, settimane, mesi. Voli, dormendo forse per riprendere le forze o perché ora che l’attesa significa ore e non settimane diventa insostenibile ad occhi aperti. Arrivi sono le 7 del mattino a Mexico City e 20 milioni di persone si stanno per svegliare per iniziare la loro giornata. Tu? Tu sei sveglio ma a differenza loro continui a sognare anzi hai appena iniziato a sognare veramente! “Mi chiamo Luca aka Virgilio (di dantesca memoria) dopo una sudata laurea in Lettere moderne ad indirizzo geografico (vecchissimo ordinamento J) mi sono trasferito a Londra. Da 3 anni lavoro per HostelBookers e da uno ho il privilegio di occuparmi del contenuto del sito stesso. Correlato al sito abbiamo anche uno blog di viaggi dove con regolaritá pubblico articoli e consigli per tutti coloro che cercano suggerimenti prima di partire e soprattutto per coloro che non sanno ancora dove andare ma cercano un po’ di ispirazione” Share Posted in Racconti, Viaggi | Tagged Messico, Milano | 1 Comment Perchè viaggiare è un desiderio tanto diffuso? Posted on dicembre 21, 2010 by dariosorgato Sto leggendo L’arte di Viaggiare, di Alain de Botton. Secondo lo scrittore e filosofo, conta lo sguardo stesso del viaggiatore, il suo desiderio di vedere “davvero”. Anche lui prova a vedere “disegnando” per imparare a viaggiare e osservare tutti i giorni. anche nei luoghi che abitiamo e che forse non siamo mai stati capaci di guardare. Tra le pagine del libro si trova un modo diverso di guardare alle mete e ai luoghi, con attenzione a particolari culturali che fanno differenze maggiori delle distanze. La letteratura di viaggio, tuttavia è maestosamente vasta, sorpattutto se si considerano i viaggi nelle varie accezioni, nei vari periodi storici e per diversi motivi, Si va dal viaggio di Dante dall’Inferno al Paradiso, dalle crociate e alle conquiste coloniale, dai viaggi di scoperta dei mondi oltreoceanici alle esplorazioni delle montagne, dai viaggi psichedelici ai pellegrinaggi religiosi. Ma perchè l’uomo viaggia? Se è chiaro che alcuni viaggi avevano delle profonde motivazioni che talvolta non erano nemmeno direttamente dei viaggiatori stessi, mi interessa soffermarmi su qlcune delle motivazioni che il Dott. Iacopo Bertacchi propone in un interessante articolo sul senso del viaggio. il viaggio può essere un modo per scoprire altri aspetti della propria identità che nella vita quotidiana non riescono ad emergere… …la necessità di uscire da una quotidianità percepita come soffocante … …un modo per conoscere gli altri e attraverso gli altri, se stessi. Chiara Meriani, invece, ha un blog dedicato al senso del viaggio e seppure cita Baudelaire e annovera tra le cause la stessa irrequietezza come necessità di conoscere sempre cose nuove, rispetto all’rticolo di Bertacchi, aggiunge: Per trovare la libertà, bisogna uscire dalla struttura di un unico sistema e capire altre culture: è la possibilità di scegliere i modi in cui dare senso alla propria vita che permette di essere liberi. Forse per quanto si cerchi di dare una risposta collettiva ad una domanda tanto ampia, si finisce con il rimescolare motivazioni e pensieri già raccontate da viaggiatori illustri come Bruce Chatwin o Marco Polo, o già rimescolate in diverse salse in articoli da blog più o meno originali. Ancora una volta, quindi, quello che conta è ricomporre i pezzi che meglio si adattano a noi stessi. Non a caso mi sono soffermato dull’irequietezza, un sentimento che ha spinto molti dei miei passi, la costrizione della quitidianità e la ricerca della libertà. Se questi sono il volano della partenza il motore è tenuto a regime dal desiderio di conoscere, dalla curiosità verso altri mondi. Se qualcuno dice che NON C’E’ PIU’ NIENTE DA SCOPRIRE, che ormai i Colombo e i Magellano sono già esistiti, io rispondo che la scoperta non deve essere necessariamente fatta per gli altri, per passare alla storia, per essere ricordati o diventare famosi. Le scoperte spesso dovrebbero bastare a noi stessi. Le scoperte alimentano le emozioni, la passione. per quanto esistano i libri, le guide turistiche, che raccontano ogni angolo, esiste sempre qualcosa che solo noi riusciamo a vedere. Una luce, un paesaggio, un volto.Nei libri e nelle guide non ci sono istanti e nemmeno non c’è l’adesso. Non c’è limite alla scoperta se non si confonde il personale con il sensazionale, nel senso di incredibile e strabiliante. La meraviglia, invece, è sempre possibile, e ogni viaggiatore la trasforma in quello che meglio crede. A me, spesso,piace trasformare i viaggi in storie, in parole, in visioni. E quindi viaggiare e scrivere diventano quasi la stessa attività. In entrambi i verbi sento di essere libero. Leggi la mia ultimissima storia Share Posted in Viaggi | Tagged meaning of travel, perchè viaggiare, senso del viaggio, travel, viaggiare, why travel | Leave a comment The road. Un grigio viaggio nella profondità dell’animo Posted on dicembre 6, 2010 by dariosorgato Ieri sera ho visto The road. Se scrivo un articolo su The road, non so se faccio la recensione di un film, di un libro o se scrivo di un viaggio. Forse dei tre approcci scelgo il terzo. La storia racconta del viaggio verso sud di un padre e suo figlio. Verso sud vuol dire verso il caldo, verso temperatura più vivibili di quelle delle terre desolate e fredde in cui una pioggia radioattiva ha terminato la natura e le sue creature: gli alberi cadono, gli uccelli hanno perso l’intenzione del volo, Un viaggio in cerca di cibo, di riparo e di umanità. In cerca della sopravvivenza e della vita stessa. In Italia la proiezione del film è stata bloccata perchè ritenuto troppo pessimista. Ho iniziato la visione con il pregiudizio di questa censura, che mi ha predisposto alla visione di un film grigio, non solo nei colori. Eppure il messaggio del film è per la vita, per la sopravvivenza ad ogni costo, anche contro l’inevitabile destino. per la ricerca del bene, di ‘quelli buoni’ che si aiutano anche quando non si ha niente, che non si ammazzano anche se il cannibalismo dovesse rimanere l’unico modo per nutrirsi. Anche se molti dei film recenti raccontano di disastri apocalittici, The road cattura il realismo di un olocausto, combinando il futuro assoluto peggiore possibile, con una delle caratteristiche umane più belle e profonde: la perseveranza. Andare avanti in quel cammino verso sud e continuare a vivere. Il parallelismo appare scontato, ma un percorso tanto arduo non poteva che rappresentare la difficoltà della vita, da difendere fino all’ultimo, pur con la consapevolezza che è nostra libera scelta. Share Posted in Viaggi | Leave a comment Come scrivere un post originale Posted on dicembre 3, 2010 by dariosorgato Stai per scrivere un nuovo post. vai su Google, digiti un titolo che hai in mente pe vedere cosa c’è di già pubblicato. Qualsiasi cosa ti venga in mente, ci hanno già pensato. C”’è una domanda su yahoo answer, c’è un post su uno di quei dieci blog che sputano da tutte le parti. TagliaBlog, Robin Good, … E allora? come si fa? Dobbiamo per forza rimescolare i contenuti di altri per riproporli in salse diverse? oppure c’è ancora spazio per la fantasia? Per esempio…ho provato a scrivere il titolo di questo post su Google e un post che spieghi proprio come scrivere qualcosa di originale non l’ho trovato… Ho cercato ancora, per essere sicuro…c’è già cazzo. ed è anche un bell’articolo Ma anche in questo caso, se leggete bene, si tratta di consigli su come scrivere, sul come creare un buon articolo, non sul COSA. Quando decido di scrivere un nuovo post, uso l’approccio dello scrittore per decidere il tema, quello del blogger per il come (anche se ci sto ancora lavorando). Infatti uno scrittore scrive quello che vuole scrivere, non quello che gli altri vogliono leggere. Ecco quindi la prima cosa da fare 1. Ascoltati Dentro di te ci sono le idee. nascono dai sentimenti, dal tuo modo di essere e di vedere le cose. Quindi se è vero che ci sono delle regole standard su come scrivere alcuni articoli, è fondamentale scrivere quello che si sente. E questo forse vale anche per i blog tecnici (sarebbe bello che tra i commenti ci fossero conferme o smentite) che per quelli più esplicitamente emotivi. 2. Scegli tra quello che hai sentito dentro di te la prima cosa. La prima idea, così, com’era. 3. Applica le regole del come per rendere il tuo post interessante e far arrivare il messaggio. Sono io stesso il primo che proverà a mettere in pratica queste semplici regole. Tornerò su questo post per commentarle e verificare la loro validità Link utili Scrivere un post perfetto in 10 semplici passi Come scrivere un post di 1.000 parole in 30 minuti Share Posted in Blogging | Leave a comment Perchè diventare scrittori è un desiderio tanto diffuso?
B.Pasternack, è morto povero, Bacchelli quasi e così tanti altri.Vale la pena scrivere per vivere? Scrive Bruno in un commento al post Non fare lo scrittore che è meglio, di Maurizio Teroni, che onestamente non so chi sia.
Il post racconta in maniera divertente i motivi per cui non ha proprio senso fare lo scrittore che per campare scrivendo ti devi chiamare Baricco, frequentare la televisione, aprire una scuola di scrittura, insomma fare una cosa alla moda.
Aggiunge poi che un uomo nella vita deve fare un figlio, scrivere un libro e piantare un albero.
Mi manca il figlio, donne fatevi sotto.
Bruno, Maurizio, chi più ne ha pù ne metta, rimane il fatto che non è una novità che fare lo scrittore è diffcile e nella maggior parte dei casi, non paga. Eppure proliferano i blog di scrittori esordienti, le riviste, i concorsi per racconti inediti. La pubblicità degli editori a pagamento è ovunque e le case editrici on demand sono stracolme di libri. Ma chi li compra? Avete mai acquistato su Lulu.com o su ilmiolibro.it?
Allora perchè? Perchè sono così tanti quelli che scrivono e che non si accontentano di scrivere, ma vogliono fare gli scrittori?
Io sono tra quelli e voglio dare la mia risposta, ma sono sicuro che ce ne sono molte altre.
Scrivere è prima di tutto una necessità. Si scrive perchè si ha qualcosa da dire. Perchè si vuole fermare un’emozione che verrebbe consegnata all’oblio del tempo. Talvolta le emozioni sono talmente forti, sia positive che negative, che metterle su una pagina aiuta a trasformarle in qualcosa di tangibile, aiuta a dare forma, a dare un peso. A volte, addirittura, a capirle meglio, per sè stessi.
Scrivere è una forma di espressione, come cantare, dipingere, raccontare, …come le arti in genere. L’arte fine a sè stessa, una scultura su uno scaffale, coperta di polvere, un dipinto nascosto sotto gli altri, una canzone che nessuno ascolta, sono parole non dette, sono urla che nessuno sente. Da qui nasce il bisogno di pubblicare, perchè qualcuno legga e paghi per farlo, permettendoci di farlo ancora e ancora e ancora.
La vita della scrittore è romanzata essa stessa, nei film, nelle storie, … Sembra che gli scrittori si possano permettere di vivere su una baita in montagna o su una casa affacciata sul mare e scrivere quello che gli passa per la testa o per il cuore. Mah, forse, ancora, questo è lo stereotipo di una manciata di bravi scrittori che si possono permettere di vivere soltanto egli introiti dei libri.
I casi editoriali, poi, non mancano, ma si tratta di uan percentuale irrisoria e, a mio avviso, di grandi colpi di fortuna (fortuna? che roba è?) Vicnere lo Strega al primo libro è sicuramente un merito, ma perchè proprio quel libro è arrivato alla selezione? Anche se è indubbiamente meritevole, quali sono i passaggi perchè finisca proprio nelle mani giuste, al momento giusto?
Flaubert diceva Scrivere è una vita da cani, ma l’unica che vale la pena vivere. Perchè?
Mi piace questa frase, mi mette a posto la coscienza. Se l’ha detto Flaubert …
Scrivere mi consente di stare concentrato sulle emozioni, di nutrirmi della vita stessa, di ciò che io chiamo tale.
E’ difficile. indubbio. Non che altri mestieri non siano altrettanto duri, ma in questo caso si fanno i conti con un mercato ristretto (i lettori non sono molti) e con grandi scrittori che hanno messo in circolo libri che, sono il primo a dirlo, andrebbero latti prima di concedersi il lusso di perdere tempo su paginette mediocri.
E quindi? Se lo scenario è così nero, perchè insistere? Fino a che punto?
Forse la convinzione che ce la faremo? La passione? Oppure la consapevolezza che la vita vada scelta? Quanto il benessere diffuso ci consente di dedicare del tempo a scrivere anziché preozzuparci del pane quotidiano? Ci sono più scrittori anche perchè tra i tanti c’è chi non deve preoccuparsi di mantenersi?
Domande, dubbi, pensieri, difficoltà. Se non scrivessi non avrei nemmeno queste parole tra le mani e la consapevolezza che tu, anonimo o meno, leggerai fino a qui.
The road. Un grigio viaggio nella profondità dell’animo
Ieri sera ho visto The road. Se scrivo un articolo su The road, non so se faccio la recensione di un film, di un libro o se scrivo di un viaggio. Forse dei tre approcci scelgo il terzo. La storia racconta del viaggio verso sud di un padre e suo figlio. Verso sud vuol dire verso il caldo, verso temperatura più vivibili di quelle delle terre desolate e fredde in cui una pioggia radioattiva ha terminato la natura e le sue creature: gli alberi cadono, gli uccelli hanno perso l’intenzione del volo, Un viaggio in cerca di cibo, di riparo e di umanità. In cerca della sopravvivenza e della vita stessa.
In Italia la proiezione del film è stata bloccata perchè ritenuto troppo pessimista. Ho iniziato la visione con il pregiudizio di questa censura, che mi ha predisposto alla visione di un film grigio, non solo nei colori. Eppure il messaggio del film è per la vita, per la sopravvivenza ad ogni costo, anche contro l’inevitabile destino. per la ricerca del bene, di ‘quelli buoni’ che si aiutano anche quando non si ha niente, che non si ammazzano anche se il cannibalismo dovesse rimanere l’unico modo per nutrirsi.
Anche se molti dei film recenti raccontano di disastri apocalittici, The road cattura il realismo di un olocausto, combinando il futuro assoluto peggiore possibile, con una delle caratteristiche umane più belle e profonde: la perseveranza. Andare avanti in quel cammino verso sud e continuare a vivere. Il parallelismo appare scontato, ma un percorso tanto arduo non poteva che rappresentare la difficoltà della vita, da difendere fino all’ultimo, pur con la consapevolezza che è nostra libera scelta.
Perchè viaggiare è un desiderio tanto diffuso?
Sto leggendo L’arte di Viaggiare, di Alain de Botton. Secondo lo scrittore e filosofo, conta lo sguardo stesso del viaggiatore, il suo desiderio di vedere “davvero”. Anche lui prova a vedere “disegnando” per imparare a viaggiare e osservare tutti i giorni. anche nei luoghi che abitiamo e che forse non siamo mai stati capaci di guardare. Tra le pagine del libro si trova un modo diverso di guardare alle mete e ai luoghi, con attenzione a particolari culturali che fanno differenze maggiori delle distanze.
La letteratura di viaggio, tuttavia è maestosamente vasta, sorpattutto se si considerano i viaggi nelle varie accezioni, nei vari periodi storici e per diversi motivi, Si va dal viaggio di Dante dall’Inferno al Paradiso, dalle crociate e alle conquiste coloniale, dai viaggi di scoperta dei mondi oltreoceanici alle esplorazioni delle montagne, dai viaggi psichedelici ai pellegrinaggi religiosi.
Ma perchè l’uomo viaggia?
Se è chiaro che alcuni viaggi avevano delle profonde motivazioni che talvolta non erano nemmeno direttamente dei viaggiatori stessi, mi interessa soffermarmi su qlcune delle motivazioni che il Dott. Iacopo Bertacchi propone in un interessante articolo sul senso del viaggio.
il viaggio può essere un modo per scoprire altri aspetti della propria identità che nella vita quotidiana non riescono ad emergere…
…la necessità di uscire da una quotidianità percepita come soffocante …
…un modo per conoscere gli altri e attraverso gli altri, se stessi.
Chiara Meriani, invece, ha un blog dedicato al senso del viaggio e seppure cita Baudelaire e annovera tra le cause la stessa irrequietezza come necessità di conoscere sempre cose nuove, rispetto all’rticolo di Bertacchi, aggiunge:
Per trovare la libertà, bisogna uscire dalla struttura di un unico sistema e capire altre culture: è la possibilità di scegliere i modi in cui dare senso alla propria vita che permette di essere liberi.
Forse per quanto si cerchi di dare una risposta collettiva ad una domanda tanto ampia, si finisce con il rimescolare motivazioni e pensieri già raccontate da viaggiatori illustri come Bruce Chatwin o Marco Polo, o già rimescolate in diverse salse in articoli da blog più o meno originali.
Ancora una volta, quindi, quello che conta è ricomporre i pezzi che meglio si adattano a noi stessi.
Non a caso mi sono soffermato dull’irequietezza, un sentimento che ha spinto molti dei miei passi, la costrizione della quitidianità e la ricerca della libertà. Se questi sono il volano della partenza il motore è tenuto a regime dal desiderio di conoscere, dalla curiosità verso altri mondi. Se qualcuno dice che NON C’E’ PIU’ NIENTE DA SCOPRIRE, che ormai i Colombo e i Magellano sono già esistiti, io rispondo che la scoperta non deve essere necessariamente fatta per gli altri, per passare alla storia, per essere ricordati o diventare famosi. Le scoperte spesso dovrebbero bastare a noi stessi. Le scoperte alimentano le emozioni, la passione. per quanto esistano i libri, le guide turistiche, che raccontano ogni angolo, esiste sempre qualcosa che solo noi riusciamo a vedere. Una luce, un paesaggio, un volto.Nei libri e nelle guide non ci sono istanti e nemmeno non c’è l’adesso.
Non c’è limite alla scoperta se non si confonde il personale con il sensazionale, nel senso di incredibile e strabiliante.
La meraviglia, invece, è sempre possibile, e ogni viaggiatore la trasforma in quello che meglio crede.
A me, spesso,piace trasformare i viaggi in storie, in parole, in visioni. E quindi viaggiare e scrivere diventano quasi la stessa attività. In entrambi i verbi sento di essere libero.
Adrenalina da partenza e ansia da viaggio: il bello e il meno bello del viaggiare.
La funzione fondamentale dell’adrenalina è quella di predisporre l’organismo ad affrontare situazioni di emergenza sul piano fisico ed emotivo.
Nelle situazioni di incertezza e precarietà “provare adrenalina” equivale a sentire una sensazione forte che annienta tutte le altre; una sensazione però che anche quando non è piacevole viene spesso ricercata.
Un viaggio è indubbiamente una situazione di rischio, di incertezza. Certo, ci sono viaggi dove è già tutto programmato e stabilito per cui si riducono le possibilità di incorrere in qualche pericolo o imprevisto, ma recarsi in posti nuovi conoscere persone diverse, confrontarsi con culture sconosciute, aumenta la probabilità di trovarsi in situazioni nuove che non sappiamo come affrontare o gestire.
Per molti questo è un problema, una sensazione spiacevole, mentre altri ricercano proprio questo e trovano proprio in questa curiosità verso il non conosciuto lo stimolo per cimentarsi in nuove avventure.
Forse si può generalizzare dicendo che l’adrenalina che si sviluppa prima della partenza, che culmina in aeroporto o comunque quando decolliamo o salpiamo, è una sensazione positiva, quella che muove i viaggiatori, mentre l’ansia viene vissuta male.
Le cause sono probabilmente legate a qualcosa di profondamente personale e solo un percorso introspettivo individuale può portare a scoprirle e quindi vincerle.
Ma come possiamo fare per trasformare queste sensazioni in qualcosa di positivo?
Potete trovare qualche vademecum nei siti di psicologia che vi forniscono qualche consiglio utile, ma il mio suggerimento è quello di cercare le cose positive del momento, di dimenticarsi dei rapporti affettivi che ci legano a casa.
Focalizzarsi sul luogo, osservare, ascoltare, essere presenti con tutti i ricettori sintonizzati sugli stimoli che ci circondano.
Vivere un viaggio portando l’attenzione su quello che ci manca, su quello che non c’è non aiuta a cogliere la diversità del luogo, le difficoltà diventano insormontabili, mentre proiettarsi completamente nella nuova situazione aiuta ad affrontarle come un momento che ci appartiene, anche se non si svolge in un luogo famigliare.
Forse molti di noi sono abituati a sentirsi protetti nell’involucro delle abitudini. Queste rassicurano. Non ci costringono ad alcuna scelta. Il viaggio costringe ad una scelta e selezione costante, ma è quello che trasforma il viaggio in una crescita. I villaggi turistici, infatti, puntano proprio alla riduzione al minimo dell’iniziativa personale, proponendo pacchetti preconfezionati di attività ed escursioni.
Scegliere. Occorre imparare ad essere liberi anche sapendo scegliere dove andare a cena, cosa fare il giorno dopo, dove essere con tutto il corpo e la mente.
Diario di viaggio. Il valore di scrivere sulla carta.
“La miglior cosa sarebbe scrivere gli avvenimenti giorno per giorno. Tenere un diario per vederci chiaro. Non lasciar sfuggire le sfumature, i piccoli fatti anche se non sembrano avere alcuna importanza, e soprattutto classificarli. Bisogna dire come io vedo questa tavola, la via, le persone, il mio pacchetto di tabacco, poichè è questo che è cambiato. Occorre determinare esattamente la natura e l’estensione di questo cambiamento.” J.P. Sartre, da La nausea ,
I piccoli fatti. Questo consente di fare la carta. La carta è immediata, è parte del viaggio. La carta assorbe l’odore, la pioggia. La carta brucia. Ci sono pagine dove ho provato ad imprimere un profumo, dove ho scarabocchiato la rabbia, pagine che ho baciato, che ho stracciato e poi incollato. Ci sono biglietti, indirizzi. La carta pesa, ma è ancora assolutamente insostituibile. Ci sono pagine scritte su fogli a righe, altre su quadretti di quaderni comprati a Cuba. E c’è questa pagina, nella foto. La prima di un diario comprato a Blantyre, in Malawi, dentro un piccolo laboratorio di carta riciclata, prodotta a mano da altra carta o da merda di elefante. Davvero. non ci credevo che un giorno avrei scritto su quel che era sterco gigante. Come scrisse J.P Sartre all’inizio de La Nausea, tenere un diario serve a vederci più chiaro, ma non necessariamente subito. Magari a distanza di giorni o settimane. E quindi la carta e solo la carta permette di appuntare e non di scrivere. La carta da viaggio non vuole necessariamente il senso compiuto. Il messaggio che contiene deve essere per forza trasformato, riletto, riscritto, prima di essere tramandato. Le sfumature. Quante volte me lo sono detto io stesso che sono quelle a dare vita ai colori. La polvere dell’Africa si puà quasi palpare tra le pagine ruvide di un diario che è esso stesso un pezzo di Africa. Sicuramente c’è qualche granello, qualche atomo di polvere, magari il sangue rappreso di una zanzara schiacciata tra le pagine. “La mia Africa comincia tra piedi scalzi e scarpe lucidate in città’ Ruvida e liscia. Sporca e lucente. Piena di contrasti e di chiassosi accostamenti. “Pensieri che vogliono diventare parole ” strisciate sulla carta come piedi sulla polvere. Come serpenti, come gocce. Una penna che scorre su carta e merda come piedi di bambini che calpestano la terra. Quanta Africa ho ritrovato in questa pagina, quando, dopo più di due anni, l’ho riaperta, riletta, riscritta. Se anche tu viaggi, se scrivi, fallo ancora e per molto tempo, sulla carta, con la penna. Tutto il resto (Tablet, Pad, Pod) non è ancora poesia. Nè viaggio. Nè emozione.
Alberto Granado Jiménez. Quando muore un viaggiatore…
5 Marzo 2011. Muore Alberto Granado Jiménez. Aveva 88 anni.
I motivi per cui voglio dedicargli un articolo sono tanti.
E’ nato a Cordoba, in Argetina, (Sono passato da Cordoba nel giugno 2009). Da Buenos Aires (aprile-giugno 2009) è partita la spedizione raccontata nel libro Latinoamiericana e film The Motorcycle Diaries che ho visto per la prima volta a Melbourne, prima di partire per un lungo viaggio alla scoperta dell’Outback australiano.
Quei 16000 chilometri sono parte del libro UN ANNO IN OTTO ORE.
Altri tempi, altro continente, altre ruote. Stesso spirito, stessa grande voglia di conoscere il mondo.
Che Guevara e Granado ribattezzarono la loro motocicletta La Poderosa.
Io e il mio compagno di viaggio guidavamo Il Pallottola.
Credo che i motivi che ci spinsero a dare un nome al veicolo fossero in qualche modo simili. Sia la Poderosa che il Pallottola non erano mezzi su cui scommtterci troppo. Infatti entrambi hanno ceduto ed ogni rottura durante un viaggio è inevitabilmente la miccia per inaspettati eventi sucessivi, nel bene e nel male. E’ l’imprevisto del viaggio, il fattore incalcolabile ma immaginabile. Sai che potrebbe succedere ma nè dove nè quando nè come. E in ogni caso, parti.
Granado, come me, era quello che annotava le vicende, le tappe, i chilometri.
Scrisse: “Prima volevamo conoscere il mondo, dopo volevamo cambiarlo”.
Non è questo ciò che muove i viaggiatori? Questa voglia di conoscere il mondo che spinge sempre oltre e altrove?
Di Che ce n’è uno. Forse lui è riuscito a cambiare il mondo, o un pezzo di mondo. Ma non è questo il punto. Il mondo lo si cambia anche solo viaggiando, perchè conoscendo, apprendendo, confrontandosi, si cambia il modo di essere e di vivere, per avvicinarlo ad uno stile umano che va oltre il proprio territorio. Viaggiando si capisce che i confini degli Stati sono solo un fattore politico che con il tempo è diventato culturale. Le limitazioni orografiche e idrografiche coincidono in minima parte con limitazioni politiche.
Granado si era trasferito a Cuba nel 1961. Ed è a l’Avana che è morto.
Cuba, ultima tappa del mio viaggio di 681 giorni.
Chi è stato a Cuba probabilmente si visualizza il personaggio in maniera diversa. Forse anche la sua morte.
Era un tipo gioviale, simpatico. guardando le sue interviste e le sue foto mi viene voglia di ballare. E’ come se avesse avuto il tempo di farsi tatuare sulla pelle il sole dei Caraibi, la musica di Cuba. E’ vero, è una delle isole più isolate del mondo, ma c’è uno spirito, là dentro, che è ancora quello genuino con il retrogusto della semplicità.
Non so cosa si provi ad essere l’amico del Che. Non che essere amico dei miei amici sia meno importante, ma sapere di avere iniziato con lui un sogno che ha toccato il mondo intero, forse ha il sapore di una risposta. Una. Alle mille domande del perchè viaggiamo, del perchè anche oggi cerchiamo l’avventura.
In motocicletta, in vespa, a piedi, col furgone, in biciletta. Forse è viaggiando che cominciano i sogni. Quelli che credevamo che si potessero estinguere arrivando…dove?
Quando, alla fine, muore un viaggiatore, rimangono le tappe, i chilometri, le orme. Rimane quello che è cambiato solo per il fatto che di qui/lì siamo passati.
Cos’è il viaggio? Chi è il viaggiatore? I diversi tipi di viaggio.
Sono tornato un anno fa dal lungo viaggio da Città del Capo a L’Avana.
Da tre mesi vivo a Berlino. Ho una casa, frequento un corso intensivo di tedesco, lavoro.
Sono in viaggio?
Tecnicamente no, non credo che sia sufficiente vivere in una città o nazione diversa da quella di origine per poter dire di essere in viaggio. Se la migrazione è definitiva o progettata per durare a lungo, si tratta di fatto di un trasferimento.
Tuttavia al di là della retorica per cui “la vita è un viaggio (e viaggiare è vivere due volte)”(Omar Khayyam) effettivamente se non sono in viaggio, sono quanto meno in movimento.
Generalmente si parla di viaggio quando vi è uno spostamento piò o meno continuo per un periodo più o meno lungo, ma come si sa, ogni viaggio comporta anche un cambiamento interiore e quindi un moto dello spirito. Che movimento e spostamento debbano coesistere per poter rientrare nella categoria viaggio non è scritto nella definizione, che anzi, contempla entrambe le possibilità: viaggio fisico e metaforico.
A questo punto dipende dalla indole personale e da quanto ciascuno di noi sa e vuole viaggiare nella propria mente, nella propria quotidianità, nel proprio territorio e nel mondo.
Detto questo alla domanda se sono o meno in viaggio rispondo si, lo sono sempre.
Cambio velocità, modi, compagni, percorsi, paesaggi, ma non credo di essermi mai fermato troppo a lungo.
Anche in questo caso i gli aggettivi e le caratteristiche notoriamente riferite ai viaggi intorno al pianeta sono applicabili ai viaggi interiori.
La velocità, per esempio, è determinata dalla quantità di stimoli che ricevo dall’esterno, che accelerano il pensiero accostando immagini, visioni, fantasie. Oppure i paesaggi, che snon sono altro che i territori della cultura e delle diversità che adoro esplorare.
Per esempio per quanto la Germania sia un Paese Europeo, e fossi convinto di conoscerlo a sufficienza da preferire viaggi in Africa o Sud America, mi stupisce per le sfumature che colgo apprendendo lentamente il linguaggio, per come vengano affrontati i problemi sociali, per la forma mentis diversa dei tedeschi (al di là dei luoghi comuni che tendono a banalizzare i dettagli), per il clima. Già, il clima. Si legge sui libri, si sente nei bar la vecchia storia che al nord la gente è più fredda rispetto ai Paesi mediterranei. Ma prima di questi tre mesi in Germania non sapevo esattamente cosa volesse dire avere freddo, essere freddi.
Un capitolo a parte meriterebbe la scuola di lingua. Ogni lezione è un viaggio.
La classe attuale del secondo modulo del primo livello dell’Integrationkurs è composta da un brasiliano saxofonista jazz, due turche, un marocchino cuoco, un francese-serbo tecnico luci di teatro, tre italiani disoccupati, una spagnola videoartista, una libanese incinta, un’australiana silenziosa, un ganese simpaticissimo, una Barbie polacca e un polacco meccanico, un ceceno col braccio spezzato, tanta barba e nessun capello. La maestra camerunese non ce l’ho più, in compenso due signore tedesche stanno cercando di insegnare questa ostica lingua a questo miscuglio di gente e colori. Basta fare l’appello per aver viaggiato mezzo mondo. Basta che qualcuno faccia un gesto con la mano per richiamare l’attenzione perchè un altro creda che sia finita la lezione.
Viaggi della mente, viaggi di lavoro, viaggi turistici, viaggi fantastici, viaggi lunghi e brevi.
Come non è la macchina a fare il fotografo, un libro a fare lo scrittore, non è il viaggio a fare il viaggiatore. Viaggiatori si è. Si diventa, ma a mio avviso non si nasce. Al massimo si cresce viaggiatori, invogliati da genitori e amici con i motori sempre accesi, i piedi sulla strada, le chiappe su una sella.
Sono in viaggio e quando mi rendo conto di esserlo, quando, come ora, ho il tempo (e anche la voglia) di raccontarlo, mi accorgo che il mio viaggio è fatto di tappe lunghe, di tempi lenti, di rapporti umani. Certo, vorrei potermi estasiare di fronte al Macchu Picchu più spesso, ma mentre cerco di risolvere il conflitti interiori che mi spingono a cercare sempre altrove quello che sembra mancare intorno a me, maturo la convinzione che essere viaggiatori è uno dei possibili modi di essere, condizione che alimenta sè stessa con il continuo desiderio di andare.
The journey as an escape and evasion. From what?
I say I am a traveler, that I love to travel, I want to travel. I say this to me, to convince myself selves that it is true. Then, once in a while, I think. And I wonder why I travel? Why I want to travel?
Even if I am not currently moving, I am not stopped and I play this ambiguous role in a land that is not mine. But about this static traveling, I have already written.
Now I would like to linger over one of the many facets of the trip: the escape.
Am I escaping? Am I running from something, from someone?
As I wondered I stumbled upon a very interesting article by Erika Eramo (in Italian, dor other interesting articles in English see links below). The journalist and writer published on the magazine Aperture an article titled Travel as futile escape from the ego: tecum sunt quae fugis, tosses and turns, however, when it comes to travel as an escape the two most important references are: Seneca and Baudelaire.
The first deals with topic in the Moral Letters to Lucilius (Letter 28. On travel as a cure for discontent). The second in Les Fleurs du Mal.
However Seneca writes to Lucilius quoting Vergil and with a series of rhetorical questions he tries to explain that the journey is not a way to escape, because what we are trying to get away from is our ego.
Do you suppose that you alone have had this experience? Are you surprised, as if it were a novelty, that after such long travel and so many changes of scene you have not been able to shake off the gloom and heaviness of your mind? You need a change of soul rather than a change of climate. Though you may cross vast spaces of sea, and though, as our Vergil remarks, Lands and cities are left astern, your faults will follow you whithersoever you travel.
Baudelarire, instead, chose to escape from the senses, with the use of drugs and alcohol. This was a different way to achieve the same goal: to escape, even from himself, from his grief, from what the poète maudit called Spleen
The years and centuries go by, but the man does not seem to change. Only a decade ago A. A. Tarkovsky wrote:
There is only one possible journey: the one in our inner world. I do not think you can travel more in our planet. Just as I do not think you travel to return. Man can never return to the same point where he started, because, in the meantime, he has changed. Man can not escape from himself. In the journey we carry with us all what we are . We bring with us the house of our soul, like a turtle with its shell. In truth, the journey through the countries of the world is for the man. a symbolic journey. Everywhere he goes is your soul that is looking for. For this reason a man should be able to travel.
(trasnlated by Dario Sorgato)
Even in the case of a two weeks holiday or a weekend in the mountains, the journey becomes an escape: from routine, from the city noise, traffic. But in these cases is a normal need to change the environment, scenery and recovering.
It is obvious that this is not the case. The journey as an escape from oneself is something deeper, more visceral. A kind of necessity that once carried out it seems to take a certain appeal. It is very likely that all great travelers had a reason within that fed the desire to discover and explore, but we get only the miles traveled, the notes written, the pictures taken. But what was inside their minds, their hearts? What prompted them to go? In the same way I asked myself if my travels are and have been an end in themselves, or I rid myself of the burden that rests upon me (Seneca)? Which one? From what I escape? From what, to whom shall I hide? The answer is once again one. From me.
The question, in fact, is another.
Why?
Maybe because I have not accepted who I am, as I am. Perhaps because somehow I have always hidden, and now I have only found another way to continue to do it, more profitably. Maybe I did not accept my faults, my problems and trying to hide those I started to hide myself. Creating other Me. Each one with a different role, to be played on different occasions and situations. And now, that I would only want be one, I don’t find me and meanwhile I’m nobody. I run away from me, and I think I can find nyself far away. Then, I look for ne in the best places, no doubt. While I am looking I find pieces of the world that by land or by sea made me love what in the journey we inevitably discover and learn, know, live and share.
Il viaggio come fuga ed evasione. Da cosa?
Dico di essere un viaggiatore, di amare il viaggio, di voler viaggiare. Lo dico a me, per autoconvincermi che è davvero così. Poi, ogni tanto, ci penso. E mi chiedo perchè viaggio? perchè voglio viaggiare?
Anche se non sono attualmente in movimento, non sono nemmeno fermo e recito questa parte ambigua in una terra che non è la mia. Ma di questo viaggiare statico, ne ho già parlato.Ora vorrei soffermarmi su una delle tante sfaccettature del viaggio: la fuga.Sono anch’io in fuga? Sto forse scappando da qualcosa, da qualcuno?Mentre me lo chiedevo mi sono imbattuto su un testo molto interessante, di Erika Eramo. La giornalista e scrittrice ha pubblicato sulla rivista Aperture un articolo dal titolo Il viaggio come inutile fuga dall’io: tecum sunt quae fugis, Gira e rigira, però, quando si parla di viaggio come fuga i riferimenti bibliografici più rilevanti sono due: Seneca e Baudelaire.Il primo affronta il tema nelle Epistole morali a Lucillo. Il secondo in Les Fleurs du Mal.Tuttavia Seneca scrive a Lucillo citando Virgilio e con una serie di domande retoriche cerca di spiegare che il viaggio non è un modo per fuggire, poichè ciò da cui cerchiamo di allontanarci è il nostro io.
“Perché ti stupisci, se i lunghi viaggi non ti servono, dal momento che porti in giro te stesso? Ti incalza il medesimo motivo che ti ha spinto fuori di casa, lontano”
Baudelarire, invece, sceglie la fuga dei sensi, l’evasione dalla realtà ad opera di droghe ed alcool. Anche questo era un modo diverso per conseguire il medesimo scopo: la fuga, ancora, da se stessi, dalla propria angoscia, da quello che il poeta maledetto definiva SpleenPassano gli anni, i secoli, ma l’uomo sembra non cambiare. Solo qualche decennio fa A. A. Tarkovskij scriveva:
C’è un solo viaggio possibile: quello che facciamo nel nostro mondo interiore. Non credo che si possa viaggiare di più nel nostro pianeta. Così come non credo che si viaggi per tornare. L’uomo non può tornare mai allo stesso punto da cui è partito, perchè, nel frattempo, lui stesso è cambiato. Da se stessi non si può fuggire. Tutto quello che siamo lo portiamo con noi nel viaggio. Portiamo con noi la casa della nostra anima, come fa una tartaruga con la sua corazza. In verità, il viaggio attraverso i paesi del mondo è per l’uomo un viaggio simbolico. Ovunque vada è la propria anima che sta cercando. Per questo l’uomo deve poter viaggiare.
Anche nel caso di una vacanza bisettimanale, o di un weekend in montagna, il viaggio diventa un’evasione: dalla routine, dalla città, dal rumore, dal traffico. Ma in questi casi è una normale necessità di cambiare ambiente, scenario e di recuperare energie ‘staccando la spina’.E’ evidente che non è questo il caso. Il viaggio come fuga da se stessi è qualcosa di più profondo, di più viscerale. Una sorta di necessità che una volta attuata sembra quasi assumere un certo appeal. E’ molto probabile che tutti i grandi viaggiatori avessero una ragione interiore che alimentava il desiderio di scoprire e di esplorare, ma a noi arrivano solo i chilometri percorsi, gli appunti, le immagini. Ma cosa c’era dentro il loro animo? Cosa li spingeva ad andare? Nello stesso modo mi sono chiesto io stesso se i miei viaggi sono e sono stati fine a se stessi oppure sto cercando di deporre il fardello che grava sul mio animo (Seneca)? Quale? Da cosa fuggo? Da cosa, da chi mi nascondo? La riposta è ancora una. Da me.La domanda, infatti, è un’altra.Perchè?Forse perchè non ho ancora accettato quello che sono, come sono. Forse perchè in qualche modo mi sono sempre nascosto, e ora ho trovato soltanto un altro modo per continuare a farlo in modo più proficuo. Forse non ho accettato i miei difetti, i miei problemi e cercando di nascondere quelli ho cominciato a nascondere me. Creando anche altri Me. Ognuno con una parte diversa, da recitare a seconda delle occasioni e delle situazioni. Ed ora, che vorrei soltanto essere uno, non mi trovo, continuo a cercarmi e intanto non sono nessuno. Fuggo da me, mi rincorro e credo di potermi ritrovare lontano. Che poi mi vada a cercare nei posti migliori è indubbio. Mentre mi cerco trovo pezzi di mondo che per terra o per mare mi hanno fatto amare anche quello che inevitabilmente nel viaggio si scopre e si impara, si conosce, si vive e si condivide.
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Sunday, May 3, 2015
How to help Nepal - Come aiutare il Nepal al meglio
In questi giorni, a partire dal 25 Aprile, giorno della prima scossa di terremoto in Nepal, diverse organizzazioni, enti e associazioni si sono attivate per organizzare raccolte fondi a favore del Nepal.
E` anche questa pubblicitá e un modo per vendersi al pubblico.
These days, as of April 25, the day of the first earthquake in Nepal, various organizations, institutions and associations have been active in organizing fund raising in favor of Nepal.
It is also this advertising and a way to sell themselves to the public.
At such times it is easy to run into some profiteer, and is especially easy that as the blow goes away from the media, everything stops and ends,
Even with large organizations one wonders what is actually intended for the needy and how much you lose in corruption and bureaucracy.
Here are two projects that provide a direct passage of aid without "administrative expenses"
Why these and not others?
Because I know them personally, I have direct references of the Nepalese.
It is as if the donations were given in hand directly to the Nepalese.
In both projects who manage funds it is Nepali or lived there for many years, so know the system and know how to manage money in an honest and clear way.
In queste occasioni é facile incappare in qualche approfittatore, E soprattutto é facile che passato il vento mediatico, tutto si fermi e finisca,
Anche con le grandi organizzazioni viene da chiedersi quanto venga effettivamente destinato ai bisognosi e quanto si perda tra corruzione e burocrazia.
Ecco due progetti che garantiscono un passaggio diretto degli aiuti senza "spese amministrative"
Perché queste e non altre?
Perché queste le conosco di persona, ho le referenze dirette dei Nepalesi.
E´come se le donazioni fossero date in mano direttamente ai Nepalesi.
In entrambi i progetti chi gestisce i fondi é Nepalese o ci vive da molti anni, per cui conosce il sistema e sa come gestire il denaro in maniera onesta e chiara.
con il support ti Navyo Travel Discover Asia
It is also this advertising and a way to sell themselves to the public.
At such times it is easy to run into some profiteer, and is especially easy that as the blow goes away from the media, everything stops and ends,
Even with large organizations one wonders what is actually intended for the needy and how much you lose in corruption and bureaucracy.
Why these and not others?
Because I know them personally, I have direct references of the Nepalese.
It is as if the donations were given in hand directly to the Nepalese.
In both projects who manage funds it is Nepali or lived there for many years, so know the system and know how to manage money in an honest and clear way.
con il support ti Navyo Travel Discover Asia
An almost-dead. Devastating feelings after the earthquake in Nepal.
Yesterday I managed to publish only this.
No words.
Today I want to find them. I want to search through the rubble and dust the words to describe this shock.
A shock wave like a tsunami has traveled half the Earth and devastated me.
My clock is still synchronized on the time of Kathmandu, on those strange 5:45 hours difference.
It was my way to feel still a bit there.
On the table an exhibition of souvenirs. Tibetan bowls and bells that have not woken the right gods.
Colorful prayer flags hanging from the lamps and a red and white cloth on the door.
A book about the adventures of the climbers.
Crusts of earth on the soles of the shoes.
Nepal is in the air in my house. Mountain air.
I was still in the silence after the trip, the time in which I enjoy thinking these objects come from far away and have brought them here myself.
I was trying to digest my adventure, to figure out how to put it in order to tell it and make it become the wave of yellow that was to invade the world. #yellowtheworld
And now?
What sense have my steps, my efforts, my emotions?
Where do I put this whole story?
I have images in the eyes and over 3000 digital photos. I have videos of the temples and the chaos of Kathmandu.
It will never be the same city.
I have so many stories I had already put into chapters. Each with a name.
I just had to wait a few days.
Instead I have to start over.
Start again and this time do not know where.
There are the dead bodies. Many. Too many.
There are thousands of people homeless, with nothing.
I can not even get direct news of my friends. Maybe Dil, my guide, was walking up there with some other trekkers. Who knows if and when they will get back a bit of electricity to charge the phones.
Who knows when the phone lines will be working again. Where everything is so slow.
It was already difficult before. It was hard to rebuild Nepal after the fall of kings. And now? What will be of this small state that has the fortune and misfortune of being nestled under the roof of the world?
No wonder if there was an earthquake. It is not the first one. Will not be the last. But perhaps no one remembers the previous, too far away to be in the life of one man.
Only eighty years that in the time in the world are just a sneeze after another.
But they are not a random time for me.
I framed a trip to Nepal between a plane crash and a devastating earthquake.
Somehow I was lucky.
I am an almost-dead.
Not so much because I risked, but because it is as if the earthquake had destroyed my memories that I had yet to begin to remember.
It is a selfish thought.
Who cares of my memories when the earthquake destroyed a country and the lives of many people.
It is not so simple.
My memories are not just what I wanted to remember. I had the desire to go back, to contribute to the daily life of those few Nepalese I met in person, the desire to do something for the future, to fulfill a wish launched with a rusted no value coin in the fountain under the statue of a giant Shiva.
I have to go back to silence.
Or maybe I have to move my next steps over broken bricks, pieces of sunken road.
This time is different.
I can not compare the power of a Japanese tsunami or an Indonesian earthquake, the magnitude is not only a geological matter.
The violence of this shock shakes me to the core. It is not true that all lives have equal value. We feel sorry for the deaths but in a short time they will be just numbers.
Nepal has to start again and perhaps Thailand shows that it is possible.
And the reconstruction will be mine too.
Who asks me how I feel maybe I’ll still give suited answers, as I have done so far to disguise my desire not to say anything false.
I’ll have to lie again.
Because I cannot tell everyone that I contemplated death and analyzed in detail all the items of insurance policies. I was afraid of that small plane flying out to Lukla, I was afraid that there were high ravines and crevasses. I also contemplated the idea of an hearth attack and that I would vomit my soul reaching for air. But at the item “Natural Disasters” I scrolled down.
I escaped one of the largest of Nepal.
The world has gone crazy. It is a fact.
Now I want to try not to go crazy with the world.
Kathmandu and Nepal were already before places of dust.
Many people are wearing masks and scarves to protect the airways.
Now I just hope that the winds will be blowing to make it disappear and to filter some sunshine.
I do not know what color hope has.
I’ll take a random one.Perhaps still yellow, which in prayer flags symbolizes … the earth.
When I knew I felt a new shock. Shivers this time.
As if it was all my fault.
No words.
Today I want to find them. I want to search through the rubble and dust the words to describe this shock.
A shock wave like a tsunami has traveled half the Earth and devastated me.
My clock is still synchronized on the time of Kathmandu, on those strange 5:45 hours difference.
It was my way to feel still a bit there.
On the table an exhibition of souvenirs. Tibetan bowls and bells that have not woken the right gods.
Colorful prayer flags hanging from the lamps and a red and white cloth on the door.
A book about the adventures of the climbers.
Crusts of earth on the soles of the shoes.
Nepal is in the air in my house. Mountain air.
I was still in the silence after the trip, the time in which I enjoy thinking these objects come from far away and have brought them here myself.
I was trying to digest my adventure, to figure out how to put it in order to tell it and make it become the wave of yellow that was to invade the world. #yellowtheworld
And now?
What sense have my steps, my efforts, my emotions?
Where do I put this whole story?
I have images in the eyes and over 3000 digital photos. I have videos of the temples and the chaos of Kathmandu.
It will never be the same city.
I have so many stories I had already put into chapters. Each with a name.
I just had to wait a few days.
Instead I have to start over.
Start again and this time do not know where.
There are the dead bodies. Many. Too many.
There are thousands of people homeless, with nothing.
I can not even get direct news of my friends. Maybe Dil, my guide, was walking up there with some other trekkers. Who knows if and when they will get back a bit of electricity to charge the phones.
Who knows when the phone lines will be working again. Where everything is so slow.
It was already difficult before. It was hard to rebuild Nepal after the fall of kings. And now? What will be of this small state that has the fortune and misfortune of being nestled under the roof of the world?
No wonder if there was an earthquake. It is not the first one. Will not be the last. But perhaps no one remembers the previous, too far away to be in the life of one man.
Only eighty years that in the time in the world are just a sneeze after another.
But they are not a random time for me.
I framed a trip to Nepal between a plane crash and a devastating earthquake.
Somehow I was lucky.
I am an almost-dead.
Not so much because I risked, but because it is as if the earthquake had destroyed my memories that I had yet to begin to remember.
It is a selfish thought.
Who cares of my memories when the earthquake destroyed a country and the lives of many people.
It is not so simple.
My memories are not just what I wanted to remember. I had the desire to go back, to contribute to the daily life of those few Nepalese I met in person, the desire to do something for the future, to fulfill a wish launched with a rusted no value coin in the fountain under the statue of a giant Shiva.
I have to go back to silence.
Or maybe I have to move my next steps over broken bricks, pieces of sunken road.
This time is different.
I can not compare the power of a Japanese tsunami or an Indonesian earthquake, the magnitude is not only a geological matter.
The violence of this shock shakes me to the core. It is not true that all lives have equal value. We feel sorry for the deaths but in a short time they will be just numbers.
Nepal has to start again and perhaps Thailand shows that it is possible.
And the reconstruction will be mine too.
Who asks me how I feel maybe I’ll still give suited answers, as I have done so far to disguise my desire not to say anything false.
I’ll have to lie again.
Because I cannot tell everyone that I contemplated death and analyzed in detail all the items of insurance policies. I was afraid of that small plane flying out to Lukla, I was afraid that there were high ravines and crevasses. I also contemplated the idea of an hearth attack and that I would vomit my soul reaching for air. But at the item “Natural Disasters” I scrolled down.
I escaped one of the largest of Nepal.
The world has gone crazy. It is a fact.
Now I want to try not to go crazy with the world.
Kathmandu and Nepal were already before places of dust.
Many people are wearing masks and scarves to protect the airways.
Now I just hope that the winds will be blowing to make it disappear and to filter some sunshine.
I do not know what color hope has.
I’ll take a random one.Perhaps still yellow, which in prayer flags symbolizes … the earth.
When I knew I felt a new shock. Shivers this time.
As if it was all my fault.
Un quasi-morto. Sensazioni devastanti dopo il terremoto in Nepal
Ieri sono riuscito a pubblicare solo questo.
Senza parole.
Oggi le voglio trovare. Le voglio cercare tra le macerie e la polvere le parole per descrivere questa scossa.
Un’onda d’urto che come uno tsunami ha viaggiato per mezza Terra e ha devastato anche me.
Il mio orologio è ancora sincronizzato sul fuso di Kathmandu, su quelle strane 5:45 ore di differenza.
Era il mio modo per sentirmi ancora un po’ là
Sul tavolo una esposizione di souvenir. Campane tibetane e campanelle che non hanno svegliato gli dei giusti.
Bandiere di preghiera colorate appese ai lampadari e un telo rosso e bianco sulla porta di casa.
Un libro sulle avventure degli scalatori.
Croste di terra sulle suole delle scarpe.
C’è aria di Nepal in casa mia. Aria di montagna.
Ero ancora nel silenzio post viaggio, quel momento in cui mi godo questi oggetti pensando che vengono da lontano e li ho portati qui io.
Stavo cercando di metabolizzare la mia avventura, di capire come metterla in ordine per raccontarla e farla diventare quella ondata di giallo che doveva invadere il mondo.
E ora?
Che senso hanno i miei passi, le mie fatiche, le mie emozioni?
Dove metto tutta questa storia?
Ho immagini negli occhi e oltre 3000 scatti digitali. Ho i video dei templi e del caos di Kathmandu.
Non sarà mai più la stessa città.
Ho tante storie che avevo già messo in capitoli. Ognuno con un nome.
Dovevo solo aspettare qualche giorno.
Invece devo ricominciare.
Ripartire ancora e questa volta non so da dove.
Ci sono i morti. Tanti. Troppi.
Ci sono migliaia di persone senza casa, senza niente.
Non riesco nemmeno ad avere notizie dirette dei miei amici. Magari Dil, la mia guida, era in cammino con qualche altro trekker. Chissà se e quando potranno riavere un po’ di elettricità per ricaricare i telefoni.
Chissà quando le linee telefoniche riprenderanno a funzionare laggiù. Dove tutto è così lento.
Era già difficile prima. Era difficile ricostruire il Nepal dopo la caduta dei re. E ora? Che ne sarà di questo piccolo Stato che ha la fortuna e la sfortuna di essere annidiato sotto il tetto del mondo?
Non c’è da stupirsi se c’è stato un terremoto. Non è il primo. Non sarà nemmeno l’ultimo. Ma forse nessuno ricorda il precedente, troppo lontano per essere nella vita di uno stesso uomo.
Sono solo ottant’anni che nel tempo del mondo sono soltanto uno starnuto dopo un altro.
Ma non sono un tempo casuale per me.
Ho incastrato un viaggio in Nepal tra un incidente aereo e un terremoto devastante.
In qualche modo sono stato fortunato.
Sono un quasi morto.
Non tanto perché abbia rischiato, ma perché è come se il terremoto mi avesse distrutto i ricordi che dovevo ancora cominciare a ricordare.
E’ un pensiero egoista.
Chi se ne frega dei miei ricordi quando il terremoto ha distrutto un Paese e la vita di moltissima gente.
Non è così semplice.
I miei ricordi non sono solo quello che io volevo poter ricordare. Sono la voglia di tornarci, di contribuire alla vita quotidiana di quei pochi nepalesi che ho conosciuto di persona, la voglia di progettare qualcosa per il futuro, di esaudire un desiderio lanciato con una moneta ruggine senza alcun valore in fontana sotto la statua di un grande Shiva.
Devo tornare di nuovo a tacere.
O forse devo muovere i miei prossimi passi sopra i mattoni rotti, i pezzi di strada sprofondati.
Questa volta è diverso.
Per quanto non possa comparare la potenza di uno tsunami giapponese o un terremoto indonesiano, la magnitudo non è solo una questione geologica.
La violenza di questa scossa mi scuote nel profondo. Non è vero che tutte le vite hanno lo stesso valore. Perché ci dispiacciamo per i morti ma in breve tempo saranno solo dei numeri.
Il Nepal dovrà ripartire e forse la Thailandia dimostra che è possibile.
E la ricostruzione dovrà essere anche la mia.
A chi mi chiede come mi sento forse dovrò dare ancora risposte di circostanza, come ho fatto finora per camuffare il mio desiderio di non dire niente di falso.
Dovrò di nuovo mentire.
Perché non ce la faccio a dire a tutti che ho contemplato la morte e analizzato nel dettaglio tutti gli articoli delle polizze assicurative. Avevo timore di quel piccolo aereo che vola su Lukla, avevo paura che ci fossero alti burroni e crepacci. Avevo contemplato anche l’idea che mi scoppiasse il cuore in petto e che vomitassi l’anima in cerca di aria. Ma alla voce “Disastri Naturali” avevo tirato dritto.
Ho scampato uno dei più grandi del Nepal.
Il mondo è impazzito. E’ un dato di fatto.
Ora voglio provare a non impazzire con il mondo.
Kathmandu e tutto il Nepal erano già prima luoghi di polvere.
Molti indossano mascherine e foulard per proteggere le vie respiratorie.
Ora spero soltanto che soffino venti capaci di farla sparire e far filtrare qualche raggio di sole.
Non so più che colore abbia la speranza.
Ne prenderò uno a caso .Forse ancora il giallo, che nelle bandiere della preghiera simboleggia… la terra.
Quando l’ho saputo ho sentito una nuova scossa. Brividi questa volta.
Come se fosse tutta colpa mia.
Come aiutare il Nepal devastato
Thursday, July 10, 2014
Train Moscow - St. Petersburg. Northern Lights 2
Someone was playing a violin
in the marble hallway. Light almost diurnal and sweat and heart
pounding.
Last steps in this city where I had decided not to run.
Same day of a red stone sunrise.
Red.
It 's already a new day, new world, new city.
It was a sunrise also the one I saw this night. A night it has never
been.
Reflected in this small room in movement, where I went to sleep
laughing among strangers, with a kiss of wine no more illegible.
As a three, a en, also reflected, to become the beginning of a name.
I was looking for the first lights of a slow day in a mirror that I
had mistaken for a window.
Where am I going?
I'm somewhere between the east and the north. Among the plains of an
endless land.
I sleep longer, I try to dream without the darkness.
What a strange world.
Long noses of old barking
ladies and dumb dogs for good luck.
Easter eggs and cake shaped women floating on shallow steps.
What a noise in the bowels of the earth, decorated with stones and
light and ugly pictures of flowers.
More stairs, people going up and down. No one is talking, no one is
stopping.
I've seen them screaming inches away from me, but I did not hear
anything. I would not understand
anything.
What a long day.
It begins at the market, among shoals of stringy cheese, smoked like
the fish.
I do not smell anything but light scent, nor caviar neither flowers.
Two citizens and a devil who did not want to drink with us.
Yes, us.
She was running behind toasted Uzbeks along a river where words of
scorpions that change the world are still blowing.
Who knows what change I thought when I was a kid and did not know
she was dancing and living far away.
And studying in a huge castle, and was laughing under the mustaches
of scientists, also made of marble.
It was not an illusion, huge as well. Thousands of men and women
alienated inside, at the same time convinced that they serve the power.
It could everything. It could the red half of the world till the empire
of sun.
It was still the same day.
Atomic.
I do not know where I started, maybe I recognize the morning from
your loneliness, your half happiness.
Finally I can touch you with no plastic, in this piece of day that
is not over yet, it starts only in a new city.
There is still light.
There is always light.
Golden light on rooftops of god, on the ramparts of the war, on
anything that might shine.
On water and toy-churches entertaining men who were terrible.
There is noise in this small europe built on mud. There are voices
around every corner. Hidden inside things. I can not listen to them and they
make me sleep.
I sleep under low bridges, I can touch them, I can cross them.
I sip Italian grapes.
It should be evening.
What is the eveing? Those light hours governed by the birds, maybe by
the serene after a summer storm.
You’ll tell me when the evening comes.
I still feel the heat on the skin, I can feel it coming out of a
glass and a star that should be the same as my sun.
I see the light on the hot candles of that stone coloured cake built
on a river of blood.
But still do not know that I have not seen all the moments of the
northern light.
The world is not only made of bell towers and paintings, of mountains and sea. Although I remember the
blue ice that slides over the sea, I do not know the air of heaven.
I saw waves merging with the sound and a dazzling sunset, but I have
not yet lived in every moment the light of the north.
On one side of a bridge which divides the city and its time.
On which side do you want to stay?
You want to wait hidden under the first shadows, not to say to those
who love you do not go back to sleep.
What time is it?
Noon or midnight?
A few minutes more.
But the minutes are only slices of hours of which no one gives a
fuck.
The sun is still there and the shadows are sinking in the great
river.
What a blue.
Can you explain the colors of this sky? Can you explain the pink and
silver, explain this fast moon, explain the fire, explain electricity, especially
explain these songs?
Finally I heard you singing.
You never said that you knew how to do.
You never told me that you need oxygen to live, that you breathed
the nineties with the same lungs that I was beginning to fill with roads.
What was the youth of who has known only a piece of the world until
the wall fell?
What were you dreaming?
But you knew of this light much earlier than me. You already knew
that you do not dream only by night.
No, it is not yet night.
It will never be.
They're all waiting for the sun to disappear to celebrate only the
light.
No more suns will come.
It will always be the same, waiting for ships to pass, only to
reappear somewhere, with no rush.
One, two, three .... Passing quickly under a piece of road projected
into the sky.
How great it would be to be able to take a run and try to walk on it
and see if the incline of the road is enough to get spit in the blue.
Yes, I've taken photos. A lot. I could not stop.
I hope they help me to feel again those songs. that round embrace, big, while still trying to dance and sing. I
felt like it too.
I wanted to hear the words of memories. They were yours.
You were laughing.
With that letter on the lips while the shoes sank into the mud and
piss.
We did not even want to drink.
We were thirsty for light and went back to look at it again, to
focus the eyes to the sky, peering out the window to the streetlights hanging
on the road still open, with the flavor of a last sip of vodka and tired legs.
We were looking for the last perfect place. There was no need. It was all
written down somewhere where no one will read.
I'll never dare to say even to myself that I can not stop playing to
life.
Maybe I can catch this Mosca (fly and Moscow in Italian are spelled
the same). With one of those strips of glue and honey.
I will he be able to trap her, ask her to stop
torturing me and take me on its little wings somewhere where even the ice will be a mistery no more.
Treno Mosca - San Pietroburgo. Luci del nord 2
Suonava un violino in quel corridoio marmoreo.
Luce quasi diurna e sudore e batticuore.
Ultima passi in questa città dove avevo deciso di
non correre.
Stesso giorno di un’alba di pietra rossa.
Rossa.
E’ già un nuovo giorno, nuovo mondo, nuova città.
Era alba anche quella che ho visto questa notte. Che
notte non è mai stata.
Riflessa in questa piccola stanza in movimento,
dove mi sono messo a dormire ridendo tra sconosciuti, con un bacio di vino non
più illeggibile.
Come un tre, una enne, anch’essi riflessi, per
diventare l’inizio di un nome.
Cercavo quelle prime luci di un giorno lento
dentro uno specchio che avevo scambiato per una finestra.
Dove sto andando?
Sono da qualche parte tra l’est e il nord. Tra le
pianure di una terra sconfinata.
Dormo ancora, voglio provare a sognare senza buio.
Che mondo strano.
Nasi lunghi di vecchie che abbaiano e cani muti
che portano fortuna.
Uova pasquali e dolci a forma di donne che
fluttuano su scalini bassi.
Che frastuono nelle viscere della terra, decorata
di luce e pietre e brutte foto di fiori.
Ancora scale, gente che scende e sale. Non parla
nessuno, non si ferma nessuno.
Li ho visti urlare a pochi centimetri da me, ma
non sentivo niente. Non avrei capito niente.
Che giorni lunghi.
Cominciano al mercato, tra banchi di formaggio
filamentoso, affumicato come il pesce.
Non sento altro che profumo leggero, né caviale né
fiori.
Due cittadini e un diavolo che non ha voluto bere
con noi.
SI, noi.
Lei correva dietro Uzbechi tostati lungo un fiume
dove ancora soffiano parole di scorpioni che cambiano il mondo.
Chissà a che cambiamento pensavo quando ero
bambino e non sapevo che lei ballava e abitava lontano.
E studiava dentro un castello enorme, e rideva
sotto i baffi di scienziati, anch’essi di marmo.
Non era un’illusione, grande anche quella.
Migliaia di uomini e donne alienati dentro, al contempo convinti di servire al
potere.
Poteva tutto. Poteva la metà rossa del mondo che
arrivava fino all’impero del sole.
Era ancora lo stesso giorno.
Atomico.
Non so più da dove sono partito, forse riconosco
il mattino dalla tua solitudine, dalla tua mezza felicità.
Finalmente ti posso toccare senza plastica, in
questo pezzo di giorno che non è finito, ricomincia soltanto in una nuova
città.
C’è ancora luce.
C’è sempre luce.
Luce d’oro sui tetti di dio, sui bastioni della
guerra, su qualsiasi cosa che possa brillare.
Sull’acqua e sulle chiese giocattolo che facevano
divertire uomini terribili.
C’è chiasso in questa piccola europa costruita sul
fango. Ci sono voci ad ogni angolo. Nascoste dentro alle cose. Non le posso
ascoltare e mi fanno dormire.
Dormo sotto i ponti bassi, li posso toccare, li
posso attraversare.
Sorseggio uve italiane.
Dovrebbe essere sera.
Cos’è la sera? Quelle ore leggere governate dagli
uccelli, magari dal sereno dopo un temporale d’estate.
Dimmelo tu quando viene la sera.
Io sento ancora il calore sulla pelle, lo sento
provenire da un vetro e da una stella che dovrebbe essere lo stesso mio sole.
Vedo la luce bollente sulle candele di quel dolce
di pietra e colori costruito su un fiume di sangue.
Ma ancora non so che non ho ancora visto tutti gli
attimi della luce del nord.
Il mondo non è fatto solo di campanili e quadri,
di montagne e mare. Anche se ho nei ricordi il blu del ghiaccio che scivola sul
mare, non conosco l’aria del cielo.
Ho visto onde fondersi col suono e un tramonto
accecante, ma la luce del nord l’ho vissuta in ogni istante.
Da un lato all’altro di un ponte che divide a metà
una città e il suo tempo.
Da che parte vuoi stare?
Vuoi aspettare nascosto sotto le prime ombre, per
non dire a chi ti ama che non torni a dormire.
Che ore sono?
Mezzogiorno o mezzanotte?
Pochi minuti ancora.
Ma anche i minuti sono soltanto spicchi di ore di
cui non fotte niente a nessuno.
Il sole c’è ancora e le ombre affondano nel grande
fiume.
Che blu.
Mi spieghi tu i colori di questo cielo. Spiegami il rosa e l’argento, spiegami questa
luna veloce, spiegami il fuoco, spiegami
l’elettricità, spiegami soprattutto queste canzoni.
Finalmente ti ho sentito cantare.
Non mi avevi mai detto che lo sapevi fare.
Non mi avevi detto che anche a te serve ossigeno
per vivere, che anche tu respiravi gli anni novanta con gli stessi polmoni che
io incominciavo a riempire di strade.
Cos’era la giovinezza di chi ha conosciuto solo un
pezzo di mondo fino a quando il muro e caduto?
Cosa sognavi, tu?
Ma sapevi di questa luce molto prima di me. Avevi
già capito che non si sogna solo di notte.
No, non è ancora notte.
Non lo sarà mai.
Stanno aspettando tutti che il sole scompaia per
celebrarne soltanto la luce.
Non ne verranno altri di soli.
Sarà sempre lo stesso ad aspettare che passino le
navi, per ricomparire da qualche parte, senza nessuna fretta.
Una, due, tre…. Passano veloci sotto un pezzo di
strada proiettato verso il cielo.
Come sarebbe bello poter prendere la rincorsa e
provare a percorrerla e vedere se lo slancio della strada è sufficiente per
farsi sputare nel blu.
Si, le ho fatte, le foto. Ne ho fate tante. Non
riuscivo a smettere.
Spero che mi aiutino a sentire ancora quelle
canzoni e quell’abbraccio rotondo, grande, mentre cercavo ancora di ballare e
di cantare. Ne avevo voglia anch’io.
Volevo sentire le parole dei ricordi. Erano i tuoi.
Ridevi.
Con quella lettera sulle labbra mentre affondavo
le scarpe nella melma e nel piscio.
Non avevamo nemmeno voglia di bere.
Eravamo assetati di luce e siamo tornati ancora a
guardarla, a puntare gli occhi verso quel cielo nuovo, a sbirciare dalla
finestra i lampioni appesi sulla strada ancora aperta, con il sapore di un
ultimo sorso di vodka e le gambe stanche. Cercavamo l’ultimo posto perfetto.
Non ce n’era bisogno. Era già tutto scritto da qualche parte dove non potrà
leggere nessuno.
Non avrò mai coraggio di dire nemmeno a me stesso
che non riesco a smettere di giocare alla vita.
Forse riuscirò a prenderla questa Mosca. Con una
di quelle strisce di mastice e miele,
Riuscirà ad intrappolarla, le chiederò di smettere
di torturarmi e di portarmi sulle sue piccole ali in qualche posto dove anche
il ghiaccio non sarà più un mistero.
Monday, June 23, 2014
Northern light
For a couple of years now, every
time I get the urge to write a thought, a story, an article, a blog post, it
takes me to despair. I look at the date of the last written page of my diary and
it is always a few months before. I look at the date of my last blog posts
where once I wrote, and it is even a few years ago (dariosorgato.it and paroleincammino)
In the meantime, I have not stopped
writing completely, I have written articles for a blog (noisyvision.com) that has
nothing to do with travel. I have written travel articles (tripwolf.com),
which did not always have a relation with my direct experience or the way I
live the travel..
I wanted to be a blogger or a
writer. And they told me that if you want to be, you have to always write.
The less I write, the less I feel I
am. If you do not have the need, perhaps this is not even what you are.
Sometimes I justify it, saying that everything
needs a break, that everything comes in its time.
Other times I seem to be obvious,
trivial. So that I do not even want to write for myself..
Things already written, words already
spoken. Stories already experienced.
When I want to share something I
write a sentence, a brief thought. A status on Facebook.
A little out of laziness, a little
because I too got caught by speed and by the awareness that most of us do not
watch that video or images, and that a written text must be maximum as long as this far,.
From this point onwards, the most
readers are already tired. They received a notification, a ‘like’ and have
shifted the focus elsewhere.
Or do we need a different technique? In order to capture the attention and take it to the end, writing sex stories,
stories of scandals or humorous stories.
If I was talking about shit you would
read it all. A little disgusted, but it would be like a conversation about the
weather.
Instead I decided that this time I
will write. For me. And only those who have the desire and perseverance to read
some more lines will understand why. Maybe I can convey some feelings, like the
ones still orbiting in the web since a few years, from when I was writing in
the internet cafe in South Africa, of Brazil, or when I asked a donation to
friends to be able to afford the expensive internet access in Havana. (this is the translation of
that post)
The urge to write came back last
week.
I overcame the obstacle of earlier
date (October 28, 2013, the birth of my niece Rebecca), I warmed up the pen and
wrote.
June 14, 2014, the day after my
birthday.
I do not have the words.
I have written so.
A paradox.
I started writing but I had no
words.
I waited. It takes training.
A wave came, moved lightly the glass
on the table and I remembered that my blood knows the movement of the sea.
It was like smelling a perfume. I do
not know what the chemistry of the nose is, but a fragrance evokes a memory
immediately.
That little wave brought me back in
the middle of the ocean.
I was on another water. On another earth,
another air, but I was finally back in that part of me that I knew.
It was like meeting a good friend
after a long time. Four years almost exact. But time does not change the
friendship.
I was not there, anchored in a small
bay of a lake in Brandenburg, north of Berlin, in order to make the comparison
with the sea. It is not enough to float to say if it is better the taste of
salt or mud.
There is nothing in common.
I could not even find similarities
with what I knew so far of the lake.
I met a new planet. I met a new
light and a spectrum of different colors of the last nights of spring.
That light wave only served to wake me up from a deep sleep of mechanic and speed.
It served to give me a new time.
Me, that I have known the slow
time of the feet, I forgot that you can escape the hours,the minutes, and that sometimes
I need to look at the long profile of a blurred horizon that is not the city.
Trees, grass, maybe a bird in flight
that I do not know the specie. Sometimes my dazzled eyes not even distinguish a
leaf from a needle. I only see the distant shape of the flat earth, a layer of
wood in June I have never seen so green.
I do not know what lakes were, the
northern ones. The waterways, the differences in level between a channel and
the next, separated by heavy metal locls.
I did not know what was the north.
I saw the silver light of a full
moon in October over a ring where I made love.
Now I know that in the north the
sunsets are endless. I know that the moon rised shy behind the trunks, just
above the reeds on the banks, hiding behind the leaves for a few minutes and
then rises and illuminates twice the short night. From the universe to which it
belongs and from that reflection on the still, almost perfect mirror of water where nothing
flies. Maybe moths, or mosquitoes too
tired to get away from the coast.
And this is what I cannot write,
because I can not even think about it.
I see a disk in the sky, I know it's
far away, I know where its light come
from, but I never have enough silence to listen to this distance, no reason to
watch the soft light of the moon on a pond.
Just looking at it, without having
to tell anyone. Not now.
I needed this life. To remind me
that I am small. I needed to measure up to the sky, to see it all around me. I
needed to feel the cold wind.
It does not push the sails and carries no
distant song.
The north wind repeats the verse of
ducks, a bird I do not know by name.
If there was no moon there would be a
few drops of rain.
There is also water in the air. I
want to drink.
Suck an ice cube, a lemon zest.
I do not have salt on my lips. And no
smell on the skin, I do not feel it burn.
The north is mild
Water lilies and feathers.
Not even the stars.
I have not seen as I do not see for
years, but no one told me about them. She would do it for me. Stars are for
lovers.
We are six, we are in the midst of
this immense sky and at the same time as small as a pond.
We are loud. But I do not understand
many words.
I have said that I have no words.
Neither mine nor others.
I do not have time and do not know
where I am
I'm in a strange place that one day
I'll know that it was Germany.
I met the ocean, that has never
stopped, I saw the land disappear and here it never does.
I knew the light on the little waves
of the evening, soft before resting
There is no route but even no roads,
there is no compass, but there is depth.
This is also to navigate.
Slip noisily inside the silence. And
swing without sickness
I've had 36 years for 24 hours, and
I saw myself crazy. I laughed to myself. I saw this flower sticking to me with
filaments of lymph that didn’t want to break.
It was true.
It was a poem that one day you can read
to me.
When the numbers on my skin are gone.
And yet you, one morning, woke me up
brushing. Before it was day.
You were torturing me and did not
let me sleep.
It was already day,
it was the same day.
It was only yesterday.it was the same day.
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