VIAGGI, PENSIERI, EMOZIONI
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Thursday, November 20, 2008

Suzanne

Suzanne takes you down
to her place near the river
you can hear the boats go by
you can spend the night beside her
And you know that she's half crazy
but that's why you want to be there
and she feeds you tea and oranges
that come all the way from China
And just when you mean to tell her
that you have no love to give her
she gets you on her wavelength
and she lets the river answer
that you've always been her lover
And you want to travel with her
you want to travel blind
and you know that she can trust you
for you've touched her perfect body
with your mind.

And Jesus was a sailor
when he walked upon the water
and he spent a long time watching
from his lonely wooden tower
and when he knew for certain
only drowning men could see him
he said All men will be sailors then
until the sea shall free them
but he himself was broken
long before the sky would open
forsaken, almost human
he sank beneath your wisdom like a stone
And you want to travel with him
you want to travel blind
and you think maybe you'll trust him
for he's touched your perfect body
with his mind

Now Suzanne takes your hand
and she leads you to the river
she is wearing rags and feathers
from Salvation Army counters
And the sun pours down like honey
on our lady of the harbour
And she shows you where to look
among the garbage and the flowers
There are heroes in the seaweed
there are children in the morning
they are leaning out for love
they will lean that way forever
while Suzanne holds the mirror
And you want to travel with her
you want to travel blind
and you know that you can trust her
for she's touched your perfect body
with her mind

di L .Cohen

il viaggiatore

appare come un eterno viaggiatore, un girovago, un avventuriero senza meta che esaurisce il suo viaggiare nel viaggiare stesso; un viaggiatore che non siferma mai, che vive per esperimento e che gode di ciò che il continuo mutamento contemplativo offre alla luce della sua anima, mai pago di ciò che ha visto, sempre disponibile a nuove forme di avventure intellettuali che la vita, prosperosa mammella del dolce nettare, suole offrire.

di F. Nietzsche

Tuesday, November 18, 2008

Come rinasce una barca

Per chi volesse documentarsi sulle varie fasi del nostro lavoro, in questo link alcune foto commentate
http://latestnewsfromthervheraclitus.blogspot.com/

Check out the link above for some pictures on the ship costruction.

Monday, November 10, 2008

Home is where you hearth is

Sono seduto in mezzo al profumo di pizza.
E non so se prendermi una pizza o qualcos'altro.
La pizza, con ogni probabilita' la mangero' anche domani, come ogni martedi qui a Simonstown.
Ogni martedi da aprile ad oggi, alle 12, la pizzeria Pescado di Simonstown prepara 5 o 6 pizze da cosegnare all'equipaggio dell'Heraclitus, all'interno del Drydock della Navy.
Per ora mi sorseggio una birra.
Gustandomi gli sguardi dei clienti che mi lanciano occhiate divertite.
Sono vestito con pantaloni e camicia a mancieh corte color kaki. In tono.
Ma sono completamente coperto di macchie di colore.
Rosso, bianco, grigio e nero.
Anche le mani, le braccia, le unghie, la barba.
Le scarpe.
Sono un quadro di Pollock seduto in una pizzeria.
La settimana scorsa qualcuno ha guardato ammirato i miei vestiti,
Saro' mica italiano per nulla...
A questo punto non e' difficile ricomporre il puzzle.
Sono tonrato a Simonstown e stiamo dipingendo la barca.
Ebbene si'.
Sembra incredibile, ma alla faccia degli increduli l'Heraclitus sta riprendendo colore dopo aver ripreso forma prima che me ne andassi in giro per l'Africa.
Si percepisce eccitazione tra noi.
Si percepisce la voglia di partire.
E io gia' mi prefiguro l'adrenalina quando questa roccia a forma di barca tocchera' di nuovo l'acqua.
Non so se riusciro' mai a trasmettere la forza di quello che sta succedendo.
Siamo un gruppo di lavoratori che non ha mai fatto questo mestiere.
Non da professionisti.
Stiamo rimettendo in piedi una barca che aveva bisogno di essere riparata gia' due anni fa.
Era un relitto galleggiante.
Ed ora, sotto gli occhi increduli di tutti gli altri operai del drydock questo gruppo di ragazzi e ragazze che sembravano piu' bravi a cantare....sta dipingendo il cemento.
Siamo 13.
Manca solo il quattordicesimo ed io, ovviamente, mi gioco tutto per la svedese o la principessa del Marocco.
Doveva aggregarsi uno che ha girato per concerti con i Greatful Dead...
Ma forse...e' troppo stanco.
E, tanto per stare in tema di rock star...sabato ho conosciuto uno che ha sounato le percussioni con i Rolling Stones..
Non ho fatto fatica a credergli quanbdo ho visto il suo belllissimo camperino volkswagen, ma soprattutto, ho preso tutto quel che diceva per oro colato quando ha chiesto a suo figlio di 5 anni di tenergli la marijuana nelle tasche.
In ogni caso....13, 14 o quel che xe.
E questione di 3, 4 settimane, fossero anche 5...tanto per non sbagliare.
E poi...si salpa.
Credo proprio di aver deciso.
Andro' in Brasile.
In questi giorni ho avuto l'occasione di leggere un libro scritto da John Allen.
E mi si sono chiarite un po' di cose.
John Allen e' l'inventore, per cosi' dire, dell'Heraclitus.
E l'uomo che ha concepito il progetto si in termini architettonici che concettuali.
Prossimamente aggiornero' questo blog con qualche notizia in Italiano.
Intanto invito i piu' curiosi a visitare questi link
http://www.biospherics.org/
http://en.wikipedia.org/wiki/Biosphere_2
Nel libro di John Allen, tra le riflessioni che si intersecano alla sua storia e alla descrizione dei suoi lungimiranti porgetti, si legge.
Home is where you hearth is.
E' una frase che io, qualche giorno fa ave4vo annotato nel mio diario.
Sono a casa?, scrivevo.
Forse casa e' soltanto il luogo dove abita il cuore.


Foto album recentemente aggiornato
http://rogosdraiato.spaces.live.com/

Sunday, October 26, 2008

Lino

Ci sono tante situazioni, riflessioni che mi fanno sentire in viaggio.
Spesso percepisco la distanza da tutto quello che ho fatto finora e che sono stato in relazione alle immagini e agli eventi che per vari motivi sono costretto a tenere per me.
A vivere da solo.
Per contro anche quello che succede nel mondo da cui provengo sembra non appartenermi.
Sembra che tutto avvenga e che io possa soltanto venire a conoscenza dei fatti.
Come notizie di un giornale.
E' successo.
Come se fosse cronaca.
Ma non e' sempre cosi'.
Ci sono dei legami affettivi, sentimentali e personali che superano il fatto in se.
Il fatto diventa soltanto il motore che scatena pensieri molto vicini in due mondi, anche molto lontani in termini di chilometri.
In questi casi distanza e vicinanza non sono che due facce della stessa medaglia.
Talvolta vorrei essere a casa per non dover rigirare la medaglia per trovare il lato piu' bello e vicino.

Safe Abortion - Aborto Sicuro

SAFE ABORTION
082 568475
CLEAN, PAIN FREE

Il portellone del minubus sul quale ho viaggiato da Mtubatuba e Durban si e' aperto davanti ad una parete ricoperta da una interminabile fila di manifesti con questo annuncio.
Aborto sicuro. Chiama 082 568475. E' pulito e senza dolore.
Un pugno nel cuore.
Ben tornato in Sud Africa.
In queste settimane di viaggio non ho visto nulla di piu' agghiacciante.
Il rientro nella terra dell'arcobaleno ha rivelato subito tutte le contraddizioni e i problemi etici e sociali che si nascondono, e nemmeno tanto bene, dietro una facciata perfetta, pulita.
Fatta di strade perfettamente asfaltate, piazze pavimentate, parchi naturali curatissimi.
E' strano come a pochi pochi metri dal confine con il Mozambico sia tutto cosi' tremendamente diverso.
Una rete di metallo, come quella che separa due case confianti, e' in questo caso una linea sottile che separa due mondi. Il primo dal terzo.
Maputo da Durban.
Durban e' enorme. E' gigante.
Le strade sembrano quelle di San Francisco.
Larghe e in continuo saliscendi.
Oggi, domenica, era deserta.
Cartacce alzate dal vento che soffiava dall'oceano.
Granelli di sabbia scagliati contro la mia pelle.
Cielo terso e oceano impetuoso.
Palme lungo la spiaggia piegate sui gruppi di zulu raggruppati sull'erba.
Era quasi inquietante la desolazione di certe vie.
Intrecciate in una rete ortogonale, costeggiate da tir in riposo.
Un porto a perdita d'occhio, peschereggi ormeggiati a ridosso dei grattacieli.
Mercati affolati e centri commerciali in ogni quartiere.
Notti pericolose.
E ancora d'Africa.

Sunday, October 19, 2008

Afro News...prossimamente

Prossime puntate...
Afro News #2 da Quelimane, Zambezia, Mozambique
Afro News #3 da Praya Zalala, Zambezia, Mozambique


Saturday, October 18, 2008

Afro News

Prima Edizione
Prima Puntata
Notizie da Casa Familia della Cooperativa Ceramica di
Quelimane - Zambezia - Mocambique


Aldo


E' strano incontrare un amico.
Dopo cosi' tanto tempo.
Qui.
Cosi' altrove.
In un luogo lontano da tutto e da tutti, che non ci appartiene.
In territorio neutro.
E' strano raccontarsi pensieri maturati separatamente e scoprire che alcuni coincidono.
Addiruttura alcuni sogni sono stati sognati nello stesso modo.
E' quasi difficile doversi capacitare che la vita possa essere cosi' bizzarra e farci incotrare in Africa.
Ricordare i viaggi in camper, gli amici comuni, i tempi dello studio.
E poi...
mi mancava la possibilita´di dire a voce, con calma, ad una persona vicina, le cose che sento e che vedo, sapendo che sono intese come desidero.
E custodite.

Wednesday, October 15, 2008

31 ore d´inferno

Penso che il viaggio sia sulla strada.
Sulla superficie della Terra.
Sia essa liquida o solida.
Penso che il viaggio sia lento.
Penso anche che il viaggio piú intenso sia povero.
In terza classe.
Quarta , quinta.
Dalla seconda in giu´.
Non che non mi piacciano i comfort, se potessi scegliere, in certi casi non avrei dubbi.
Ma tra Quelimane e Maputo ci sono solo due possibilitá´.
Aereo o Bus.
Appena ho saputo che l´aereo prenotato cun un solo giorno di anticipo sarebbo costato 10 volte il bus, non ho esitato.
Bus.
1300 Meticais per il posto a sedere e 200 per il bagaglio.
1500 Meticais (45 euro) e´il prezzo per una visita all´inferno.
Convinto che accumulare sonno sia una garanzia di trascorrere dormendo ore lunghe di interminabili viaggi, la notte precedente la partenza non sono andato a dormire e alle 3 del mattino di martedi 14 ottobre ero alla stazione degli autobus di Quelimane, con Martins, autista della Cooperativa Cercamica di cui sono stato ospite per 12 giorni.
Credendo che il numero segnato a penna sul mio biglietto fosse la garanzia che il mio posto a sedere sarebbe stato quello concordato, non mi sono preoccupato di andarne ad occupare uno ed aspettai un´ora fuori, per fare la guardia al mio zaino.
Una volta assicuratomi che stava sopra l´autobus e che non fosse schiacciato sotto sacchi di patate o casava, andai a sedermi.
Il pensiero che potesse cadere dalla bagagliera stracolma duro´poco. Si presentarono presto problemi piu´immediati.
Il bus aveva circa 70 posti distribuiti in file da 2 e 3 sedili, rispettivamente a sinistra e destra del corridoio.
Credo che solo gli scuola bus contengano cosi´tanti sedili.
Credo che un viaggio di 22 ore e piu di 1000 km su un mezzo del genere sia impensabile in molti paesi dove sono stato finora.
I numeri sui sedili non esistevano.
C´era una fila di 3 sedili liberi. Ed erano gli unici.
Che culo, ho pensato.
Mi sono steso su tutti e tre, cercando di cominciare subito a dormire.
Alle 4 precise, clamorosamente, l´autobus comincio´la sua marcia verso Maputo.
Arrivo previsto per le 2 del giorno seguente.
22 ore con tre sedili a mia disposizione non sarebbe state poi cosi´ male.
Non passarono nemmeno 10 minuti che l ´autobus si fermo´ e sentii che qualcuno si stava sedendo sopra le mie gambe, per farmi capire che voleva sedere li´.
Gli feci posto e mi accorsi che il mio sedile era quello sopra la ruota dell´autobus.
Quello che non vuole mai nessuno.
Quel posto tanto odiato per tutti gli anni che sono andato a scuola in corriera.
Le cambe non possono stare in posizione per cosi´dire... normale, a poco piu´' di novamnta gradi.
O stese sotto il sedile anteriore, o piegate, con le ginocchia molto alte.
Nel rannicchiare le gambe la seduta del sedile si stacco´dall´intelaiatura e scivolai in avanti.
Senza alterarmi troppo, non ne avevo le forze, cercai di riposizionare il pezzo di sedile.
Presa posizione mi resi conto dell'incredibile spiffero d'aria che entrava dal finestrino.
Ero seduto esattamente all'incrocio dei pali, ovvero se giravo la testa alla mia destra per guardare il paesaggio vedevo quasi esclusivamente il telaio dei finestrini.
Il vetro sbatteva nel telaio, provocando un rumore incessante esattamente al livello del mio orecchio.
Il tipo alla mia sinistra mise la sua borsa tra le nostre coscie, diminuendo lo spazio a dispoizione per sedere.
Ma non avevo voglia di dire niente.
Stava andando tutto gia' troppo male.
Le fioche luci sul soffitto dell'autobus mi impedivano di vederne bene le fattezze e di distinguere le facce degli altri passeggeri´, ma non ci misi molto a capire che c'erano bambini.
Un paio, proprio davanti a me, urlavano per non solo quale gioia di un mattino ancora buio, ma, cosa molto peggiore, quello piccolo alla sinistra, al lato opposto del corridoio, comincio´a piangere.
All´inizio, dopo la prima decina di strillate, ero quasi contento. C'era qualcuno che stava peggio di me. Lui, o lei, non l´ho mai capito, non poteva dire cosa voleva e non poteva nemmeno decidere la posizione. poteva solo piangere o non pinagere.
La madre provo´a fare un po´ di vento, a mettergli in bocca una tetta per dargli da mangiare, ma niente, strillava.
Provo´ a farlo saltellare, a cullarlo. Non c´era verso.
Era un pianto forte, urlato con tutta la voce che quella creatura appena venuta all'Africa riusciva a usare.
Se io gli avessi urlato nelle orecchie con la stessa forza con cui piangeva, forse l'avrei fatto vibrare.
Mi divertiva vederlo piangere. E allo stesso tempo mi dispiaceva.
Ma dopo un po´il suo urlo continuo mi entro´nel cervello come nota unica e costante, impossibile resistere ancora.
Estrassi i miei tappi per le orecchie che in un brillante istante di lucidita' mi ero ricordato di prendere dallo zaino poco prima che lo mettessero sulla bagagliera.
Morto di stanchezza e piombato nel piccolo silenzio di poliuretano arancione tra i suoni e me, riuscii ad assopirmi.
La testa china contro il vetro, le gambe rannicchiate.
Mi sveglio´una manata sulla spalla.
Era l´aiutante dell´autista, il bigliettaio. Il rompicazzo.
Il mio portoghese degli ultimi giorni andava sempre migliorando, ma non riuscii a capire quello che mugugnava quel tipo, nemmeno dopo essermi stappato le orecchie.
In ogni caso stavano uscendo tutti e quindi mi apprestai a fare altrettanto.
Il mattino era abbagliante.
Potei distinguere chiaramente le facce degli altri passeggeri e quella del mio vicino.
Potei notare che l'autobus non poteva avere meno di 30 anni.
Appena sceso vidi che tutti pisciavano.
Uomini in piedi e donne pure. Allargano le gambe e pisciano sotto la gonna. Non hanno le mutande.
Senza un vero stimolo, pisciai.
Assonnato mi accorsi solo mentre pisciavo che eravamo sulla riva di un larghissimo fiume.
Un ponte in costruzione lo attraversava per meta´della larghezza e una chiatta enorme si stava avvicinando.
La chiatta aveva il motore a pieno regime, perche´doveva contrastare la forte corrente ed era caricata con un paio di TIR, bus, auto e persone.
Attracco´, abbasso´gli scivoli metallici e veicoli e persone cominciarono a uscire.
A quel punto il mio autobus e altre auto salirono sulla chiatta. Per ultime, persone e bicilette.
All'altro lato del fiume comprai un paio di banane dalle baracche di legno e una bottiglia d'acqua dai vendtori ambulanti che attorniano i bus ogni volta che si fermano.
Quando l´aiutante, un tipo col capellino da baseball e una maglietta con scritto MERRY CHRISTMAS, chiuse le porte dell'autobus, io non mi ero ancora seduto e dovetti saltare borse, taniche e bambini per andare nel mio buco.
Cercai di salutare il mio vicino, ma non ci misi molto a capire che non parlava ne' portoghese ne´inglese. Riuscii a fargli dire Bangladesh.
Io dissi Italia.
E non ci parlammo mai piu´.
La strada al di la' del fiume era in costruzione, quindi sterrata e la velocita' di crocera rimasesui 30 km-h per circa mezz´ora.
Non appena la velocita´era inferiore ai 50 km-h il bus si trasformava in un forno.
70 persone che respiravano, il calore del sole e il pianto di quel bambino.
Facevano piu´caldo le sue lacrime di tutti i fetidi respiri.
Aprire il finistrino non dava gran sollievo, quindi decisi di infilare nuovamente i tappi.
Circa ogni mezz'ora dovevo cambiare posizione perche´mi duolevano le natiche e dopo 4-5 cambiamenti dovetti rassegnarmi ad alzarmi in piedi.
C'erano altre persone in piedi´.
Altri culi piatti, ma l'aiutante fece sedere solo me.
Non ho idea del motivo.
Forse perche´sono bianco, pensai.
Ero ovviamente l´unico bianco.
Sono quasi l´unico bainco che ho incontrato da molti giorni a questa parte. Ripresi posto.
E traballai per un altro po' di tempo con la coscia sinistra riscaldata dalla borsa del vicno, prima che ci fermassimo nuovamente per pisciare e comprare qualcosa da mangiare.
Dopo questa pausa di soli 10 minuti rientrai.
Il ragazzo del Bangladesh non si era mosso.
E non si mosse mai.
Aveva un dollaro in tasca e forse qualche altro problema.
(la signora che gestisce l´internet cafe´mi ha interrotto per farmi vedere il film porno che sta guardando sul suo pc. Ride)
Dicevo..ah si....
Bangladesh.
E poi i pannoloni, cambiati al mio fianco.
Pianti e strilli e merda fuori dal finistrino.
Gettano tutto dal finestrino.
Bottiglie, banane, lattine.
Come se fuori la spazzatura venisse risucchiata direttamente nel bidone.
Tutto il pomeriggio e' andato avanti cosi'.
Soste ogni dure ore, pianti.
Alle 18 era tutto immerso nel buio.
Ero un punto bianco nella notte nera.
E cominciai a pensare a cosa stavo lasciando.
Paulito, Benedicto, Vasco, Nelu, Winghy....e tutti gli altri bambini.
Dona Dulcia, Dona Vitorina.
Martins....
Acacio e le sue interminabili ore solitarie nella notte, davanti al cancello.
Ora le potra´ contare con l'orologio che gli ho regalato.
Pensavo alle canzoni che quella `creansa´ (bambini in portoghese) aveva cantato per me.
Pensavo alle loro storie, tristi, senza padri ne´ madri.
A quegli 87 fratelli che vivono in una unica FAMILIA.
Pensavo alle patate, al pollo, al pesce che Dona Dulcia cucinava per me.
Pensavo che ovunque si dovrebbe tornare....
Tra qualche pensiero felice e nuova stanchezza credo che mi assopii un altro paio di volte prima che il bus si fermasse ancora.
Nel nulla.
Scesi.
La luna piena faceva brillare il cielo.
Intravedevo i contorni degli alberi lontani.
Distinguevo le vernici bianche della carrozzeria.
La luna riflessa sui vetri.
La bagagliera altissima, piena di bagagli.
Eravamo fermi per un´avaria.
Ah.
Non mi somposi piu' di tanto.
Era gia' tutto troppo assurdo.
Io, solo, tra africani. In Africa, nella notte, accanto ad un bus fermo nel nulla.
Pisciai li´, due passi lontano dalla porta.
E aspettai.
La luna mi piaceva di piu´riflessa che vera.
Guardando quella riflessa nel vetro potevo vedere contemporaneamenete, luna, nuvole veloci che la nascondevano, e bus. E avere il quadro completo della situazione in una sola immagine.
Nella notte intorno sentivo un bambino vomitare, un altro piangere, un vecchio sputare.
Una signora fumava succhiando il filtro e tutta se stessa ad ogni boccata.
Tutti in attesa.
Senza sapere se saremmo davvero ripartiti.
Ma ripartimmo.
Guardai l'ora molto spesso per tutte le ore a venire, mi alzai, cambiai posizione, mi coprii la testa con la camicia per proteggermi dagli spifferi freddi.
Ogni tanto bevevo un sorso d'acqua riponendo la bottiglia tra le gambe per paura che il tipo del banlgadesh me la prendesse.
Aveva finito la sua e non aveva Meticais. Solo un misero dollaro.
Al mattino, alla prima sosta, ne comprai una bottiglia per lui, ma poco dopo spari'.
Lui e altri 4 indiani sparsi per il bus scesero, salirono su un pick up rosso e non tornarono.
Non so il motivo. Non so niente.
E non so nemmeno perche´la po0lizia, dopo aver controllato il passaporto del bianco, ovvero il mio, fece scendere tre tipi, seduti uno accanto all´altro.
Si erano appena lucidati le scarpe di cuio marrone con meticolosa cura.
Forse preparavano la marcia verso la questura.
Non so.
Non so niente.
So che avevo occhi come macigni, male ai denti per via delle vibrazioni, un culo che ancora non riersco a tenere seduto e tanta voglia di dormire.
Vado.