VIAGGI, PENSIERI, EMOZIONI
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Tuesday, November 19, 2019

Perchè viaggiare è un desiderio tanto diffuso?

Sto leggendo L’arte di Viaggiare, di Alain de Botton. Secondo lo scrittore e filosofo, conta lo sguardo stesso del viaggiatore, il suo desiderio di vedere “davvero”. Anche lui prova a vedere “disegnando” per imparare a viaggiare e osservare tutti i giorni. anche nei luoghi che abitiamo e che forse non siamo mai stati capaci di guardare. Tra le pagine del libro si trova un modo diverso di guardare alle mete e ai luoghi, con attenzione a particolari culturali che fanno differenze maggiori delle distanze. La letteratura di viaggio, tuttavia è maestosamente vasta, sorpattutto se si considerano i viaggi nelle varie accezioni, nei vari periodi storici e per diversi motivi, Si va dal viaggio di Dante dall’Inferno al Paradiso, dalle crociate e alle conquiste coloniale, dai viaggi di scoperta dei mondi oltreoceanici alle esplorazioni delle montagne, dai viaggi psichedelici ai pellegrinaggi religiosi. Ma perchè l’uomo viaggia? Se è chiaro che alcuni viaggi avevano delle profonde motivazioni che talvolta non erano nemmeno direttamente dei viaggiatori stessi, mi interessa soffermarmi su qlcune delle motivazioni che il Dott. Iacopo Bertacchi propone in un interessante articolo sul senso del viaggio. il viaggio può essere un modo per scoprire altri aspetti della propria identità che nella vita quotidiana non riescono ad emergere… …la necessità di uscire da una quotidianità percepita come soffocante … …un modo per conoscere gli altri e attraverso gli altri, se stessi. Chiara Meriani, invece, ha un blog dedicato al senso del viaggio e seppure cita Baudelaire e annovera tra le cause la stessa irrequietezza come necessità di conoscere sempre cose nuove, rispetto all’rticolo di Bertacchi, aggiunge: Per trovare la libertà, bisogna uscire dalla struttura di un unico sistema e capire altre culture: è la possibilità di scegliere i modi in cui dare senso alla propria vita che permette di essere liberi. Forse per quanto si cerchi di dare una risposta collettiva ad una domanda tanto ampia, si finisce con il rimescolare motivazioni e pensieri già raccontate da viaggiatori illustri come Bruce Chatwin o Marco Polo, o già rimescolate in diverse salse in articoli da blog più o meno originali. Ancora una volta, quindi, quello che conta è ricomporre i pezzi che meglio si adattano a noi stessi. Non a caso mi sono soffermato dull’irequietezza, un sentimento che ha spinto molti dei miei passi, la costrizione della quitidianità e la ricerca della libertà. Se questi sono il volano della partenza il motore è tenuto a regime dal desiderio di conoscere, dalla curiosità verso altri mondi. Se qualcuno dice che NON C’E’ PIU’ NIENTE DA SCOPRIRE, che ormai i Colombo e i Magellano sono già esistiti, io rispondo che la scoperta non deve essere necessariamente fatta per gli altri, per passare alla storia, per essere ricordati o diventare famosi. Le scoperte spesso dovrebbero bastare a noi stessi. Le scoperte alimentano le emozioni, la passione. per quanto esistano i libri, le guide turistiche, che raccontano ogni angolo, esiste sempre qualcosa che solo noi riusciamo a vedere. Una luce, un paesaggio, un volto.Nei libri e nelle guide non ci sono istanti e nemmeno non c’è l’adesso. Non c’è limite alla scoperta se non si confonde il personale con il sensazionale, nel senso di incredibile e strabiliante. La meraviglia, invece, è sempre possibile, e ogni viaggiatore la trasforma in quello che meglio crede. A me, spesso,piace trasformare i viaggi in storie, in parole, in visioni. E quindi viaggiare e scrivere diventano quasi la stessa attività. In entrambi i verbi sento di essere libero.

Adrenalina da partenza e ansia da viaggio: il bello e il meno bello del viaggiare.

La funzione fondamentale dell’adrenalina è quella di predisporre l’organismo ad affrontare situazioni di emergenza sul piano fisico ed emotivo. Nelle situazioni di incertezza e precarietà “provare adrenalina” equivale a sentire una sensazione forte che annienta tutte le altre; una sensazione però che anche quando non è piacevole viene spesso ricercata. Un viaggio è indubbiamente una situazione di rischio, di incertezza. Certo, ci sono viaggi dove è già tutto programmato e stabilito per cui si riducono le possibilità di incorrere in qualche pericolo o imprevisto, ma recarsi in posti nuovi conoscere persone diverse, confrontarsi con culture sconosciute, aumenta la probabilità di trovarsi in situazioni nuove che non sappiamo come affrontare o gestire. Per molti questo è un problema, una sensazione spiacevole, mentre altri ricercano proprio questo e trovano proprio in questa curiosità verso il non conosciuto lo stimolo per cimentarsi in nuove avventure. Forse si può generalizzare dicendo che l’adrenalina che si sviluppa prima della partenza, che culmina in aeroporto o comunque quando decolliamo o salpiamo, è una sensazione positiva, quella che muove i viaggiatori, mentre l’ansia viene vissuta male. Le cause sono probabilmente legate a qualcosa di profondamente personale e solo un percorso introspettivo individuale può portare a scoprirle e quindi vincerle. Ma come possiamo fare per trasformare queste sensazioni in qualcosa di positivo? Potete trovare qualche vademecum nei siti di psicologia che vi forniscono qualche consiglio utile, ma il mio suggerimento è quello di cercare le cose positive del momento, di dimenticarsi dei rapporti affettivi che ci legano a casa. Focalizzarsi sul luogo, osservare, ascoltare, essere presenti con tutti i ricettori sintonizzati sugli stimoli che ci circondano. Vivere un viaggio portando l’attenzione su quello che ci manca, su quello che non c’è non aiuta a cogliere la diversità del luogo, le difficoltà diventano insormontabili, mentre proiettarsi completamente nella nuova situazione aiuta ad affrontarle come un momento che ci appartiene, anche se non si svolge in un luogo famigliare. Forse molti di noi sono abituati a sentirsi protetti nell’involucro delle abitudini. Queste rassicurano. Non ci costringono ad alcuna scelta. Il viaggio costringe ad una scelta e selezione costante, ma è quello che trasforma il viaggio in una crescita. I villaggi turistici, infatti, puntano proprio alla riduzione al minimo dell’iniziativa personale, proponendo pacchetti preconfezionati di attività ed escursioni. Scegliere. Occorre imparare ad essere liberi anche sapendo scegliere dove andare a cena, cosa fare il giorno dopo, dove essere con tutto il corpo e la mente.

Diario di viaggio. Il valore di scrivere sulla carta.


“La miglior cosa sarebbe scrivere gli avvenimenti giorno per giorno. Tenere un diario per vederci chiaro. Non lasciar sfuggire le sfumature, i piccoli fatti anche se non sembrano avere alcuna importanza, e soprattutto classificarli. Bisogna dire come io vedo questa tavola, la via, le persone, il mio pacchetto di tabacco, poichè è questo che è cambiato. Occorre determinare esattamente la natura e l’estensione di questo cambiamento.” J.P. Sartre, da La nausea ,

I piccoli fatti. Questo consente di fare la carta. La carta è immediata, è parte del viaggio. La carta assorbe l’odore, la pioggia. La carta brucia. Ci sono pagine dove ho provato ad imprimere un profumo, dove ho scarabocchiato la rabbia, pagine che ho baciato, che ho stracciato e poi incollato. Ci sono biglietti, indirizzi. La carta pesa, ma è ancora assolutamente insostituibile. Ci sono pagine scritte su fogli a righe, altre su quadretti di quaderni comprati a Cuba. E c’è questa pagina, nella foto. La prima di un diario comprato a Blantyre, in Malawi, dentro un piccolo laboratorio di carta riciclata, prodotta a mano da altra carta o da merda di elefante. Davvero. non ci credevo che un giorno avrei scritto su quel che era sterco gigante. Come scrisse J.P Sartre all’inizio de La Nausea, tenere un diario serve a vederci più chiaro, ma non necessariamente subito. Magari a distanza di giorni o settimane. E quindi la carta e solo la carta permette di appuntare e non di scrivere. La carta da viaggio non vuole necessariamente il senso compiuto. Il messaggio che contiene deve essere per forza trasformato, riletto, riscritto, prima di essere tramandato. Le sfumature. Quante volte me lo sono detto io stesso che sono quelle a dare vita ai colori. La polvere dell’Africa si puà quasi palpare tra le pagine ruvide di un diario che è esso stesso un pezzo di Africa. Sicuramente c’è qualche granello, qualche atomo di polvere, magari il sangue rappreso di una zanzara schiacciata tra le pagine. “La mia Africa comincia tra piedi scalzi e scarpe lucidate in città’ Ruvida e liscia. Sporca e lucente. Piena di contrasti e di chiassosi accostamenti. “Pensieri che vogliono diventare parole ” strisciate sulla carta come piedi sulla polvere. Come serpenti, come gocce. Una penna che scorre su carta e merda come piedi di bambini che calpestano la terra. Quanta Africa ho ritrovato in questa pagina, quando, dopo più di due anni, l’ho riaperta, riletta, riscritta. Se anche tu viaggi, se scrivi, fallo ancora e per molto tempo, sulla carta, con la penna. Tutto il resto (Tablet, Pad, Pod) non è ancora poesia. Nè viaggio. Nè emozione.

Alberto Granado Jiménez. Quando muore un viaggiatore…

5 Marzo 2011. Muore Alberto Granado Jiménez. Aveva 88 anni. I motivi per cui voglio dedicargli un articolo sono tanti. E’ nato a Cordoba, in Argetina, (Sono passato da Cordoba nel giugno 2009). Da Buenos Aires (aprile-giugno 2009) è partita la spedizione raccontata nel libro Latinoamiericana e film The Motorcycle Diaries che ho visto per la prima volta a Melbourne, prima di partire per un lungo viaggio alla scoperta dell’Outback australiano. Quei 16000 chilometri sono parte del libro UN ANNO IN OTTO ORE. Altri tempi, altro continente, altre ruote. Stesso spirito, stessa grande voglia di conoscere il mondo. Che Guevara e Granado ribattezzarono la loro motocicletta La Poderosa. Io e il mio compagno di viaggio guidavamo Il Pallottola. Credo che i motivi che ci spinsero a dare un nome al veicolo fossero in qualche modo simili. Sia la Poderosa che il Pallottola non erano mezzi su cui scommtterci troppo. Infatti entrambi hanno ceduto ed ogni rottura durante un viaggio è inevitabilmente la miccia per inaspettati eventi sucessivi, nel bene e nel male. E’ l’imprevisto del viaggio, il fattore incalcolabile ma immaginabile. Sai che potrebbe succedere ma nè dove nè quando nè come. E in ogni caso, parti. Granado, come me, era quello che annotava le vicende, le tappe, i chilometri. Scrisse: “Prima volevamo conoscere il mondo, dopo volevamo cambiarlo”. Non è questo ciò che muove i viaggiatori? Questa voglia di conoscere il mondo che spinge sempre oltre e altrove? Di Che ce n’è uno. Forse lui è riuscito a cambiare il mondo, o un pezzo di mondo. Ma non è questo il punto. Il mondo lo si cambia anche solo viaggiando, perchè conoscendo, apprendendo, confrontandosi, si cambia il modo di essere e di vivere, per avvicinarlo ad uno stile umano che va oltre il proprio territorio. Viaggiando si capisce che i confini degli Stati sono solo un fattore politico che con il tempo è diventato culturale. Le limitazioni orografiche e idrografiche coincidono in minima parte con limitazioni politiche. Granado si era trasferito a Cuba nel 1961. Ed è a l’Avana che è morto. Cuba, ultima tappa del mio viaggio di 681 giorni. Chi è stato a Cuba probabilmente si visualizza il personaggio in maniera diversa. Forse anche la sua morte. Era un tipo gioviale, simpatico. guardando le sue interviste e le sue foto mi viene voglia di ballare. E’ come se avesse avuto il tempo di farsi tatuare sulla pelle il sole dei Caraibi, la musica di Cuba. E’ vero, è una delle isole più isolate del mondo, ma c’è uno spirito, là dentro, che è ancora quello genuino con il retrogusto della semplicità. Non so cosa si provi ad essere l’amico del Che. Non che essere amico dei miei amici sia meno importante, ma sapere di avere iniziato con lui un sogno che ha toccato il mondo intero, forse ha il sapore di una risposta. Una. Alle mille domande del perchè viaggiamo, del perchè anche oggi cerchiamo l’avventura. In motocicletta, in vespa, a piedi, col furgone, in biciletta. Forse è viaggiando che cominciano i sogni. Quelli che credevamo che si potessero estinguere arrivando…dove? Quando, alla fine, muore un viaggiatore, rimangono le tappe, i chilometri, le orme. Rimane quello che è cambiato solo per il fatto che di qui/lì siamo passati.

Cos’è il viaggio? Chi è il viaggiatore? I diversi tipi di viaggio.

Sono tornato un anno fa dal lungo viaggio da Città del Capo a L’Avana. Da tre mesi vivo a Berlino. Ho una casa, frequento un corso intensivo di tedesco, lavoro. Sono in viaggio? Tecnicamente no, non credo che sia sufficiente vivere in una città o nazione diversa da quella di origine per poter dire di essere in viaggio. Se la migrazione è definitiva o progettata per durare a lungo, si tratta di fatto di un trasferimento. Tuttavia al di là della retorica per cui “la vita è un viaggio (e viaggiare è vivere due volte)”(Omar Khayyam) effettivamente se non sono in viaggio, sono quanto meno in movimento. Generalmente si parla di viaggio quando vi è uno spostamento piò o meno continuo per un periodo più o meno lungo, ma come si sa, ogni viaggio comporta anche un cambiamento interiore e quindi un moto dello spirito. Che movimento e spostamento debbano coesistere per poter rientrare nella categoria viaggio non è scritto nella definizione, che anzi, contempla entrambe le possibilità: viaggio fisico e metaforico. A questo punto dipende dalla indole personale e da quanto ciascuno di noi sa e vuole viaggiare nella propria mente, nella propria quotidianità, nel proprio territorio e nel mondo. Detto questo alla domanda se sono o meno in viaggio rispondo si, lo sono sempre. Cambio velocità, modi, compagni, percorsi, paesaggi, ma non credo di essermi mai fermato troppo a lungo. Anche in questo caso i gli aggettivi e le caratteristiche notoriamente riferite ai viaggi intorno al pianeta sono applicabili ai viaggi interiori. La velocità, per esempio, è determinata dalla quantità di stimoli che ricevo dall’esterno, che accelerano il pensiero accostando immagini, visioni, fantasie. Oppure i paesaggi, che snon sono altro che i territori della cultura e delle diversità che adoro esplorare. Per esempio per quanto la Germania sia un Paese Europeo, e fossi convinto di conoscerlo a sufficienza da preferire viaggi in Africa o Sud America, mi stupisce per le sfumature che colgo apprendendo lentamente il linguaggio, per come vengano affrontati i problemi sociali, per la forma mentis diversa dei tedeschi (al di là dei luoghi comuni che tendono a banalizzare i dettagli), per il clima. Già, il clima. Si legge sui libri, si sente nei bar la vecchia storia che al nord la gente è più fredda rispetto ai Paesi mediterranei. Ma prima di questi tre mesi in Germania non sapevo esattamente cosa volesse dire avere freddo, essere freddi. Un capitolo a parte meriterebbe la scuola di lingua. Ogni lezione è un viaggio. La classe attuale del secondo modulo del primo livello dell’Integrationkurs è composta da un brasiliano saxofonista jazz, due turche, un marocchino cuoco, un francese-serbo tecnico luci di teatro, tre italiani disoccupati, una spagnola videoartista, una libanese incinta, un’australiana silenziosa, un ganese simpaticissimo, una Barbie polacca e un polacco meccanico, un ceceno col braccio spezzato, tanta barba e nessun capello. La maestra camerunese non ce l’ho più, in compenso due signore tedesche stanno cercando di insegnare questa ostica lingua a questo miscuglio di gente e colori. Basta fare l’appello per aver viaggiato mezzo mondo. Basta che qualcuno faccia un gesto con la mano per richiamare l’attenzione perchè un altro creda che sia finita la lezione. Viaggi della mente, viaggi di lavoro, viaggi turistici, viaggi fantastici, viaggi lunghi e brevi. Come non è la macchina a fare il fotografo, un libro a fare lo scrittore, non è il viaggio a fare il viaggiatore. Viaggiatori si è. Si diventa, ma a mio avviso non si nasce. Al massimo si cresce viaggiatori, invogliati da genitori e amici con i motori sempre accesi, i piedi sulla strada, le chiappe su una sella. Sono in viaggio e quando mi rendo conto di esserlo, quando, come ora, ho il tempo (e anche la voglia) di raccontarlo, mi accorgo che il mio viaggio è fatto di tappe lunghe, di tempi lenti, di rapporti umani. Certo, vorrei potermi estasiare di fronte al Macchu Picchu più spesso, ma mentre cerco di risolvere il conflitti interiori che mi spingono a cercare sempre altrove quello che sembra mancare intorno a me, maturo la convinzione che essere viaggiatori è uno dei possibili modi di essere, condizione che alimenta sè stessa con il continuo desiderio di andare.

The journey as an escape and evasion. From what?

I say I am a traveler, that I love to travel, I want to travel. I say this to me, to convince myself selves that it is true. Then, once in a while, I think. And I wonder why I travel? Why I want to travel? Even if I am not currently moving, I am not stopped and I play this ambiguous role in a land that is not mine. But about this static traveling, I have already written. Now I would like to linger over one of the many facets of the trip: the escape. Am I escaping? Am I running from something, from someone? As I wondered I stumbled upon a very interesting article by Erika Eramo (in Italian, dor other interesting articles in English see links below). The journalist and writer published on the magazine Aperture an article titled Travel as futile escape from the ego: tecum sunt quae fugis, tosses and turns, however, when it comes to travel as an escape the two most important references are: Seneca and Baudelaire. The first deals with topic in the Moral Letters to Lucilius (Letter 28. On travel as a cure for discontent). The second in Les Fleurs du Mal. However Seneca writes to Lucilius quoting Vergil and with a series of rhetorical questions he tries to explain that the journey is not a way to escape, because what we are trying to get away from is our ego. Do you suppose that you alone have had this experience? Are you surprised, as if it were a novelty, that after such long travel and so many changes of scene you have not been able to shake off the gloom and heaviness of your mind? You need a change of soul rather than a change of climate. Though you may cross vast spaces of sea, and though, as our Vergil remarks, Lands and cities are left astern, your faults will follow you whithersoever you travel. Baudelarire, instead, chose to escape from the senses, with the use of drugs and alcohol. This was a different way to achieve the same goal: to escape, even from himself, from his grief, from what the poète maudit called Spleen The years and centuries go by, but the man does not seem to change. Only a decade ago A. A. Tarkovsky wrote: There is only one possible journey: the one in our inner world. I do not think you can travel more in our planet. Just as I do not think you travel to return. Man can never return to the same point where he started, because, in the meantime, he has changed. Man can not escape from himself. In the journey we carry with us all what we are . We bring with us the house of our soul, like a turtle with its shell. In truth, the journey through the countries of the world is for the man. a symbolic journey. Everywhere he goes is your soul that is looking for. For this reason a man should be able to travel. (trasnlated by Dario Sorgato) Even in the case of a two weeks holiday or a weekend in the mountains, the journey becomes an escape: from routine, from the city noise, traffic. But in these cases is a normal need to change the environment, scenery and recovering. It is obvious that this is not the case. The journey as an escape from oneself is something deeper, more visceral. A kind of necessity that once carried out it seems to take a certain appeal. It is very likely that all great travelers had a reason within that fed the desire to discover and explore, but we get only the miles traveled, the notes written, the pictures taken. But what was inside their minds, their hearts? What prompted them to go? In the same way I asked myself if my travels are and have been an end in themselves, or I rid myself of the burden that rests upon me (Seneca)? Which one? From what I escape? From what, to whom shall I hide? The answer is once again one. From me. The question, in fact, is another. Why? Maybe because I have not accepted who I am, as I am. Perhaps because somehow I have always hidden, and now I have only found another way to continue to do it, more profitably. Maybe I did not accept my faults, my problems and trying to hide those I started to hide myself. Creating other Me. Each one with a different role, to be played on different occasions and situations. And now, that I would only want be one, I don’t find me and meanwhile I’m nobody. I run away from me, and I think I can find nyself far away. Then, I look for ne in the best places, no doubt. While I am looking I find pieces of the world that by land or by sea made me love what in the journey we inevitably discover and learn, know, live and share.

Il viaggio come fuga ed evasione. Da cosa?

Dico di essere un viaggiatore, di amare il viaggio, di voler viaggiare. Lo dico a me, per autoconvincermi che è davvero così. Poi, ogni tanto, ci penso. E mi chiedo perchè viaggio? perchè voglio viaggiare? Anche se non sono attualmente in movimento, non sono nemmeno fermo e recito questa parte ambigua in una terra che non è la mia. Ma di questo viaggiare statico, ne ho già parlato.Ora vorrei soffermarmi su una delle tante sfaccettature del viaggio: la fuga.Sono anch’io in fuga? Sto forse scappando da qualcosa, da qualcuno?Mentre me lo chiedevo mi sono imbattuto su un testo molto interessante, di Erika Eramo. La giornalista e scrittrice ha pubblicato sulla rivista Aperture un articolo dal titolo Il viaggio come inutile fuga dall’io: tecum sunt quae fugis, Gira e rigira, però, quando si parla di viaggio come fuga i riferimenti bibliografici più rilevanti sono due: Seneca e Baudelaire.Il primo affronta il tema nelle Epistole morali a Lucillo. Il secondo in Les Fleurs du Mal.Tuttavia Seneca scrive a Lucillo citando Virgilio e con una serie di domande retoriche cerca di spiegare che il viaggio non è un modo per fuggire, poichè ciò da cui cerchiamo di allontanarci è il nostro io. “Perché ti stupisci, se i lunghi viaggi non ti servono, dal momento che porti in giro te stesso? Ti incalza il medesimo motivo che ti ha spinto fuori di casa, lontano” Baudelarire, invece, sceglie la fuga dei sensi, l’evasione dalla realtà ad opera di droghe ed alcool. Anche questo era un modo diverso per conseguire il medesimo scopo: la fuga, ancora, da se stessi, dalla propria angoscia, da quello che il poeta maledetto definiva SpleenPassano gli anni, i secoli, ma l’uomo sembra non cambiare. Solo qualche decennio fa A. A. Tarkovskij scriveva: C’è un solo viaggio possibile: quello che facciamo nel nostro mondo interiore. Non credo che si possa viaggiare di più nel nostro pianeta. Così come non credo che si viaggi per tornare. L’uomo non può tornare mai allo stesso punto da cui è partito, perchè, nel frattempo, lui stesso è cambiato. Da se stessi non si può fuggire. Tutto quello che siamo lo portiamo con noi nel viaggio. Portiamo con noi la casa della nostra anima, come fa una tartaruga con la sua corazza. In verità, il viaggio attraverso i paesi del mondo è per l’uomo un viaggio simbolico. Ovunque vada è la propria anima che sta cercando. Per questo l’uomo deve poter viaggiare. Anche nel caso di una vacanza bisettimanale, o di un weekend in montagna, il viaggio diventa un’evasione: dalla routine, dalla città, dal rumore, dal traffico. Ma in questi casi è una normale necessità di cambiare ambiente, scenario e di recuperare energie ‘staccando la spina’.E’ evidente che non è questo il caso. Il viaggio come fuga da se stessi è qualcosa di più profondo, di più viscerale. Una sorta di necessità che una volta attuata sembra quasi assumere un certo appeal. E’ molto probabile che tutti i grandi viaggiatori avessero una ragione interiore che alimentava il desiderio di scoprire e di esplorare, ma a noi arrivano solo i chilometri percorsi, gli appunti, le immagini. Ma cosa c’era dentro il loro animo? Cosa li spingeva ad andare? Nello stesso modo mi sono chiesto io stesso se i miei viaggi sono e sono stati fine a se stessi oppure sto cercando di deporre il fardello che grava sul mio animo (Seneca)? Quale? Da cosa fuggo? Da cosa, da chi mi nascondo? La riposta è ancora una. Da me.La domanda, infatti, è un’altra.Perchè?Forse perchè non ho ancora accettato quello che sono, come sono. Forse perchè in qualche modo mi sono sempre nascosto, e ora ho trovato soltanto un altro modo per continuare a farlo in modo più proficuo. Forse non ho accettato i miei difetti, i miei problemi e cercando di nascondere quelli ho cominciato a nascondere me. Creando anche altri Me. Ognuno con una parte diversa, da recitare a seconda delle occasioni e delle situazioni. Ed ora, che vorrei soltanto essere uno, non mi trovo, continuo a cercarmi e intanto non sono nessuno. Fuggo da me, mi rincorro e credo di potermi ritrovare lontano. Che poi mi vada a cercare nei posti migliori è indubbio. Mentre mi cerco trovo pezzi di mondo che per terra o per mare mi hanno fatto amare anche quello che inevitabilmente nel viaggio si scopre e si impara, si conosce, si vive e si condivide.

LEGGI ANCHE
• Il viaggio, la fuga e la ricerca dell’identità personale nel giovane adulto
• Seneca, i viaggi e l’inutile fuga…(Epistole morali a Lucilio)
• Il Tedium Vitae e la fuga da se stessix

Sunday, May 3, 2015

How to help Nepal - Come aiutare il Nepal al meglio

In questi giorni, a partire dal 25 Aprile, giorno della prima scossa di terremoto in Nepal, diverse organizzazioni, enti e associazioni si sono attivate  per organizzare raccolte fondi a favore del Nepal.
E` anche questa pubblicitá e un modo per vendersi al pubblico.
In queste occasioni é facile incappare in qualche approfittatore, E soprattutto é facile che passato il vento mediatico, tutto si fermi e finisca,
Anche con le grandi organizzazioni viene da chiedersi quanto venga effettivamente destinato ai bisognosi e quanto si perda tra corruzione e burocrazia.

Ecco due progetti che garantiscono un passaggio diretto degli aiuti senza "spese amministrative"
Perché queste e non altre?
Perché queste le conosco di persona, ho le referenze dirette dei Nepalesi.
E´come se le donazioni fossero date in mano direttamente ai Nepalesi.
In entrambi i progetti chi gestisce i fondi é Nepalese o ci vive da molti anni, per cui conosce il sistema e sa come gestire il denaro in maniera onesta e chiara.


These days, as of April 25, the day of the first earthquake in Nepal, various organizations, institutions and associations have been active in organizing fund raising in favor of Nepal.
It is also this advertising and a way to sell themselves to the public.
At such times it is easy to run into some profiteer, and is especially easy that as the blow goes away from the media, everything stops and ends,
Even with large organizations one wonders what is actually intended for the needy and how much you lose in corruption and bureaucracy.

Here are two projects that provide a direct passage of aid without "administrative expenses"
Why these and not others?
Because I know them personally, I have direct references of the Nepalese.
It is as if the donations were given in hand directly to the Nepalese.
In both projects who manage funds it is Nepali or lived there for many years, so know the system and know how to manage money in an honest and clear way.


with the support of iTrekNepal

con il support ti Navyo Travel Discover Asia

An almost-dead. Devastating feelings after the earthquake in Nepal.

Yesterday I managed to publish only this.
No words.

Today I want to find them. I want to search through the rubble and dust the words to describe this shock.
A shock wave like a tsunami has traveled half the Earth and devastated me.
My clock is still synchronized on the time of Kathmandu, on those strange 5:45 hours difference.
It was my way to feel still a bit there.
On the table an exhibition of souvenirs. Tibetan bowls and bells that have not woken the right gods.
Colorful prayer flags hanging from the lamps and a red and white cloth on the door.
A book about the adventures of the climbers.
Crusts of earth on the soles of the shoes.
Nepal is in the air in my house. Mountain air.
I was still in the silence after the trip, the time in which I enjoy thinking these objects come from far away and have brought them here myself.
I was trying to digest my adventure, to figure out how to put it in order to tell it and make it become the wave of yellow that was to invade the world. #yellowtheworld

And now?
What sense have my steps, my efforts, my emotions?
Where do I put this whole story?
I have images in the eyes and over 3000 digital photos. I have videos of the temples and the chaos of Kathmandu.
It will never be the same city.
I have so many stories I had already put into chapters. Each with a name.
I just had to wait a few days.
Instead I have to start over.
Start again and this time do not know where.
There are the dead bodies. Many. Too many.
There are thousands of people homeless, with nothing.
I can not even get direct news of my friends. Maybe Dil, my guide, was walking up there with some other trekkers. Who knows if and when they will get back a bit of electricity to charge the phones.
Who knows when the phone lines will be working again. Where everything is so slow.
It was already difficult before. It was hard to rebuild Nepal after the fall of kings. And now? What will be of this small state that has the fortune and misfortune of being nestled under the roof of the world?
No wonder if there was an earthquake. It is not the first one. Will not be the last. But perhaps no one remembers the previous, too far away to be in the life of one man.
Only eighty years that in the time in the world are just a sneeze after another.

But they are not a random time for me.
I framed a trip to Nepal between a plane crash and a devastating earthquake.
Somehow I was lucky.

I am an almost-dead.
Not so much because I risked, but because it is as if the earthquake had destroyed my memories that I had yet to begin to remember.

It is a selfish thought.
Who cares of my memories when the earthquake destroyed a country and the lives of many people.
It is not so simple.
My memories are not just what I wanted to remember. I had the desire to go back, to contribute to the daily life of those few Nepalese I met in person, the desire to do something for the future, to fulfill a wish launched with a rusted no value coin in the fountain under the statue of a giant Shiva.

I have to go back to silence.
Or maybe I have to move my next steps over broken bricks, pieces of sunken road.
This time is different.
I  can not compare the power of a Japanese tsunami or an Indonesian earthquake, the magnitude is not only a geological matter.
The violence of this shock shakes me to the core. It is not true that all lives have equal value. We feel sorry for the deaths but in a short time they will be just numbers.
Nepal has to start again and perhaps Thailand shows that it is possible.
And the reconstruction will be mine too.
Who asks me how I feel maybe I’ll still give suited answers, as I have done so far to disguise my desire not to say anything false.
I’ll have to lie again.
Because I cannot tell everyone that I contemplated death and analyzed in detail all the items of insurance policies. I was afraid of that small plane flying out to Lukla, I was afraid that there were high ravines and crevasses. I also contemplated the idea of an hearth attack and that I would vomit my soul reaching for air. But at the item “Natural Disasters” I scrolled down.
I escaped one of the largest of Nepal.
The world has gone crazy. It is a fact.
Now I want to try not to go crazy with the world.
Kathmandu and Nepal were already before places of dust.
Many people are wearing masks and scarves to protect the airways.
Now I just hope that the winds will be blowing to make it disappear and to filter some sunshine.
I do not know what color hope has.
I’ll take a random one.Perhaps still yellow, which in prayer flags symbolizes … the earth.
When I knew I felt a new shock. Shivers this time.

As if it was all my fault.

Un quasi-morto. Sensazioni devastanti dopo il terremoto in Nepal



Ieri sono riuscito a pubblicare solo questo.
Senza parole.
Oggi le voglio trovare. Le voglio cercare tra le macerie e la polvere le parole per descrivere questa scossa.
Un’onda d’urto che come uno tsunami ha viaggiato per mezza Terra e ha devastato anche me.
Il mio orologio è ancora sincronizzato sul fuso di Kathmandu, su quelle strane 5:45 ore di differenza.
Era il mio modo per sentirmi ancora un po’ là
Sul tavolo una esposizione di souvenir. Campane tibetane e campanelle che non hanno svegliato gli dei giusti.
Bandiere di preghiera colorate appese ai lampadari e un telo rosso e bianco sulla porta di casa.
Un libro sulle avventure degli scalatori.
Croste di terra sulle suole delle scarpe.
C’è aria di Nepal in casa mia. Aria di montagna.
Ero ancora nel silenzio post viaggio, quel momento in cui mi godo questi oggetti pensando che vengono da lontano e li ho portati qui io.
Stavo cercando di metabolizzare la mia avventura, di capire come metterla in ordine per raccontarla e farla diventare quella ondata di giallo che doveva invadere il mondo.
E ora?
Che senso hanno i miei passi, le mie fatiche, le mie emozioni?
Dove metto tutta questa storia?
Ho immagini negli occhi e oltre 3000 scatti digitali. Ho i video dei templi e del caos di Kathmandu.
Non sarà mai più la stessa città.
Ho tante storie che avevo già messo in capitoli. Ognuno con un nome.
Dovevo solo aspettare qualche giorno.
Invece devo ricominciare.
Ripartire ancora e questa volta non so da dove.
Ci sono i morti. Tanti. Troppi.
Ci sono migliaia di persone senza casa, senza niente.
Non riesco nemmeno ad avere notizie dirette dei miei amici. Magari Dil, la mia guida, era in cammino con qualche  altro trekker. Chissà se e quando potranno riavere un po’ di elettricità per ricaricare i telefoni.
Chissà quando le linee telefoniche riprenderanno a funzionare laggiù. Dove tutto è così lento.
Era già difficile prima. Era difficile ricostruire il Nepal dopo la caduta dei re. E ora? Che ne sarà di questo piccolo Stato che ha la fortuna e la sfortuna di essere annidiato sotto il tetto del mondo?
Non c’è da stupirsi se c’è stato un terremoto. Non è il primo. Non sarà nemmeno l’ultimo. Ma forse nessuno ricorda il precedente, troppo lontano per essere nella vita di uno stesso uomo.
Sono solo ottant’anni che nel tempo del mondo sono soltanto uno starnuto dopo un altro.
Ma non sono un tempo casuale per me.
Ho incastrato un viaggio in Nepal tra un incidente aereo e un terremoto devastante.
In qualche modo sono stato fortunato.
Sono un quasi morto.
Non tanto perché abbia rischiato, ma perché è come se il terremoto mi avesse distrutto i ricordi che dovevo ancora cominciare a ricordare.
E’ un pensiero egoista.
Chi se ne frega dei miei ricordi quando il terremoto ha distrutto un Paese e la vita di moltissima gente.
Non è così semplice.
I miei ricordi non sono solo quello che io volevo poter ricordare. Sono la voglia di tornarci, di contribuire alla vita quotidiana di quei pochi nepalesi che ho conosciuto di persona, la voglia di progettare qualcosa per il futuro, di esaudire un desiderio lanciato con una moneta ruggine senza alcun valore in fontana sotto la statua di un grande Shiva.
Devo tornare di nuovo a tacere.
O forse devo muovere i miei prossimi passi sopra i mattoni rotti, i pezzi di strada sprofondati.
Questa volta è diverso.
Per quanto non possa comparare la potenza di uno tsunami giapponese o un terremoto indonesiano, la magnitudo non è solo una questione geologica.
La violenza di questa scossa mi scuote nel profondo.  Non è vero che tutte le vite hanno lo stesso valore. Perché ci dispiacciamo per i morti ma in breve tempo saranno solo dei numeri.
Il Nepal dovrà ripartire e forse la Thailandia dimostra che è possibile.
E la ricostruzione dovrà essere anche la mia.
A chi mi chiede come mi sento forse dovrò dare ancora risposte di circostanza, come ho fatto finora per camuffare il mio desiderio di non dire niente di falso.
Dovrò di nuovo mentire.
Perché non ce la faccio a dire a tutti che ho contemplato la morte e analizzato nel dettaglio tutti gli articoli delle polizze assicurative. Avevo timore di quel piccolo aereo che vola su Lukla, avevo paura che ci fossero alti burroni e crepacci. Avevo contemplato anche l’idea che mi scoppiasse il cuore in petto e che vomitassi l’anima in cerca di aria. Ma alla voce “Disastri Naturali” avevo tirato dritto.
Ho scampato  uno dei più grandi del Nepal.
Il mondo è impazzito. E’ un dato di fatto.
Ora voglio provare a non impazzire con il mondo.
Kathmandu e tutto il Nepal erano già prima luoghi di polvere.
Molti indossano mascherine e foulard per proteggere le vie respiratorie.
Ora spero soltanto che soffino venti capaci di farla sparire e far filtrare qualche raggio di sole.
Non so più che colore abbia la speranza.
Ne prenderò uno a caso .Forse ancora il giallo, che nelle bandiere della preghiera simboleggia… la terra.
Quando l’ho saputo ho sentito una nuova scossa. Brividi questa volta.
Come se fosse tutta colpa mia.

Come aiutare il Nepal devastato