Wednesday, December 23, 2009
Chacachacare Expedition
Friday, December 11, 2009
Thursday, December 3, 2009
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The exhibition seeks to diffuse the idea of the ethnospheric expedition started in Australia in 2006; and develop a creative educational and informational instrument represented and only made possible by the existence of a floating laboratory where art, philosophy and creativity are constantly in-action.
As a creative tool the exhibition seeks to explore the possibilities of the mind starting from a suggested image with a related quote by Heraclitus, the Greek philosopher.
Heraclitus was famous for his doctrine of change being central to the universe, summarized in his famous quote, "You can not step twice into the same river." He believed in the unity of opposites, stating that "the path up and down is one and the same," existing things being characterized by pairs of contrary properties
A selection of full colour and black and white photos shot by different crew members will be showed as highlight over life at sea, life in a community, cultures, people encountered and the vessel itself. Each of the photos will be linked and presented with one of Heraclitus’ enigmas.
Art installations and theatre performances will be presented during the happening
Photographers
FEDERICA CHIMENTI, Italy
CRAIG INGLIS, United Kingdom
JULIANA LABRANA, Brasil
DARIO SORGATO, Italy
Where:
Peake Yacht Services
Lot 5 Western Mn. Rd
Chaguaramas
Trinidad&Tobago, West Indies
When:
Opening event
for GUEST LIST only. Please RSVP with SMS or email
thur 10th Dec 2009, 5.30 to 8.30 pm
Open to public
11,12,14 Dec 2009, Working hours
A project managed by Dario Sorgato
Friday, November 27, 2009
Incrocio
(Altre foto...
http://rogosdraiato.spaces.live.com/ )
Era il 60 anniversario dell’Indipendenza la prima volt ache ho camminato lungo il viale che ne porta il nome. Port fo Spain era deserta. Striscioni e ghirlande bianche rosse e ner adobbavano le facciate dei palazzi e le vetrine dei negozi. Ero arrivato da un paio di giorni a Trinidad e Tobago.dopo 3 settimane di navigazione in mare aperto e una passeggiata in una citta’ che sembrava senza anima ha reso piu’ morbido l’impatto con il cemento, i fast food e il rumore di motori e clacson.
All’angolo tra Queen e Frederick Street, ai piedi della spettrale cattedrale della Santa Trinita’, c’e’ il chiosco di Keeda, un mio amico.
Ha 50 anni, pantaloni super atillati, scarpe lucidissime, coppola e canottiera bianca.
Ha un sorriso non proprio smagliante ma sicuramente interessante, convincente e simpatico.
Quantomeno non ha incisivi d'oro come molti dei ragazzi qui intorno.
Ha sei figli.
Ha vissuto pe molti anni nel Bronx, negli Stati Uniti. Cospargeva gli edifici con una resina ignifuga.
Un giorno si e' stancato di sparare plastica liquida contro pareti di cemento ed e' tornato a casa.
Ora ha un chiosco in centro citta', in una delle vie piu' trafficate di Port of Spain e vende magliette, canottiere, scarpe Prada e pantaloni Polo Ralph Lauren. Tutto rigorosmaente falso ma ad un prezzo quasi vero.
Riesce a mandare avanti la famiglia.
- Quanto sono in affari sono molto serio.
Dice.
E' vero.
Sta eduto all'angolo opposto alla sua baracca e guarda la sfilza di manichini e mezzibusti che ha disposto con cura davanti all'ingresso. Una televisione ad altissimo volume trasmette un film.
Keeda mi ha regalato un DVD della gara internazionale di Steelpan. Tipico strumento Caraibico.
Veedre un centinaio di persone suonare questa pentola luccicante che emette un suono metallico e dolce e' emozionante anche in video. Non oso immaginare dal vivo.
Keeda e' orgoglioso di mostrarmi il folklore della sua nazione. Il Carnevale di Trinidad e' paragonabile a quello Brasiliano.
Di domenica, in quell'angolo di strada non succede niente. Passa qualche matto posseduto da Haile Salassie I, qualche vecchio imbottito di Rum delle Barbados e un tipo a dir poco nero che vende i sassi del sesso.
Durante la settimana e' un'esplosione di India mista a Cina e Africa. Henry Strett diventa un crogiolo di 4 continenti. Incensi e pollo fritto si mescolano alle banane e alla marijuana. Tutto in qualche centinaio di metri.
Un tipo dorme steso per terra. Forse e' stanco ma suppongo sia ubriaco marcio.
Io cammino, compro un paio di mutante verdi a righe blu, una camicia sgargiante.
Compro un paio di pantaloncini a quadri. Non mi piacciono molto, ma mi servono.
Talvolta mi sale una gran voglia di comprare.
Ma non mi sono mai rpeso un gelato o un caffe'. Non li trovo.
Compro una birra. Anzi due, ne porto una a Keeda. Beviamo insieme, mentre gli racconto chi sono e a quale mondo appartengo. Gli racconto il mio angolo di strada. La finestra su Via Ampere.
Il matto della citta' e tutte le vite che si sfregano le spalle al mercato del giovedi.
Le vedi tutte le vite vissute all'angolo di una strada vendere CD o DVD?
Io si. Mi piacciono, alcune.
Mi piace come Keeda dispone i manichini, li veste e li sveste. Impugna le caviglie e il sedere perfetto di una donna di celluloide. La rivolta, la veste e la sveste. Gli piace mostraer alla strada quello che vende.
Non passa nessuno.
Poco male per una domenica d'inverno bollente.
Il suo spirito africno continua a splendere nel retro bottega.
Chi lo sa lo vede. Lei aveva visto
Friday, November 6, 2009
Thursday, October 29, 2009
Local Culture
Le mutande comprate all'altro angolo.
All'ambulatorio del dottore tutti quelli che entrano urlano buongiono ..e tutti rispondono ... buongiorno.
65 pazienti...65 volte.
Alle 8 si prega tutti insieme, ovunque, senza distinzione di religione.
Non ho capito cosa dicono, ma prega tutta la nazione.
Otto in punto. Tutti in piedi. E' ora della preghierina.
La spazzatura non si butta nei cestini.
Non ci sono.
Sulle spiagge... non ci sono.
Al lunedi le spiagge nei pressi della citta' sono delle discariche
Lo spazzino si chiama...mare.
Piove tutti i giorni dalle 12 alle 15.
Le donne sono splendide.
Spesso sono un icnorcio di africa e India.
Occhi slanciati, zigomi definiti, labbra prominenti.
Il fisico....perfetto o doppio, anche triplo.
L'accento locale e' qualcosa del genere : De bic is someding i like a lottt.
Difficile da scrivere e anche da capire.
Il reggae e' una religione.
I dreadlock sono l'hairstyle piu' diffuso.
E via discorrendo. Sono di guardia tra poco
Friday, October 23, 2009
Carte Nautiche
Monday, October 5, 2009
Perche', per cosa e per come.
Terra, mare, pausa.Terra. Pausa.
Sono di nuovo in unsa sorta di pausa.
Heraclitus rimarra' ancorato a Chaguaramas, vicino a Port of Spain, per almeno 3 mesi.
A bordo siamo 5, presto potremmo essere 4.
Pochi buoni amici marinai, ma pochi.
Essere in pochi significa meno uscite, piu' lavoro, piu' tempo in cucina, piu' turni di guardia, meno riposo, piu' spazio, piu' silenzio.
Questa pausa e' in qualche modo forzata dalle condizioni metereologtiche stagionali e dalle condizioni della barca. Ovvero siamo in piena stagione uragani e il Golfo di Paria e' l'ultimo posto sicuro prima di procedere verso nord. Al mattino alla radio si ascoltano annunci del tipo
"Si raccomanda di tenere sempre in casa una riserva d'acqua e scatolette".
La baia dove siamo ancorati e piena di barche, pescherecci, navi che, come noi,aspettano.
Heraclitus, nel frattempo, ha bisogno di alcune opere di manutenzione, nonostante il recente drydock in Sud AFrica. Prima di affrontare il Nord Atlantico occorre revisionare il motore e i due generatori, ripristinare il ssitema di batterie che e' completamente fuori uso, pulire lo scafo, riparare il ponte, ecc...
Con l'occasione di questa pausa nel viaggio mi prendo un po' di tempo per ricomporre qualche pezzo, per me e per chi legge, con lo scopo di chiarire i dubbi ed eventualemte aprire un dibattito in merito sulle scelte di vita.
Sono convinto e contento di quello che sto facendo ma riconosco che sia uno stiule di vita un po' lontano dagli schemi e quindi criticabile.
Ma non sei stanco? Ma come ti mantieni? E cosa farai dopo? Cosa stai facendo? Quale e' lo scopo di questa scelta, della spedizione?
Quali altre domande? Se ne hai, questa e' l'occasione per farle a me e forse a te stesso.
Saro' lieto di rispondere o quantomeno di confrontarmi con i miei stessi dubbi.
Ho delle risposte, talvolta inconsistenti, ma credo nell'idea, nello stle e quindi le difficolta' presentiu e future diventano risolvibili. Situazioni piu' che problemi.
Provo a fare un quadro della situazione, senza pretese esaustive.
Ripeto, sarei felice di confrotarmi con il pensiero di chi legge. Per rimettermi ancora in disucssione e di conseguenza motivarmi ulteriormente o rivedere alcuni passaggi.
Ho lasciato l'Italia il 16 giugno 2008, quindi quasi 16 mesi fa. Un tempo piuttosto lungo per un viaggio, relativamente breve per una scelta di vita. Ci sono emigrati che sono partiti 40 anni fa e mai piu' tornati.
Ho nostalgia della famiglia, di casa, degli amici, dell'Italia, dell'Europa. del formaggio, della pizza, delle tagliatelle fatte in casa. della mia cultura, della mia lingua.... ma non posso permettermi di andare avanti e indietro in aereo, anche per il fatto che ora sono in qualche modo vincolato da certe responsabilita'.La barca non puo' mai essere lasciata con meno di 4 persone a bordo per cui occorre organizzare per tempo le libere uscite di medio e lungo periodo.
Cio' non significa che non me ne possa andare quando voglio, ma a questo punto subentra una questione di rispetto per i miei compagni e per la barca stessa. Credo nel progetto e nel sogno che rappresenta per cui non mi sentirei moralmente in grado di abbandonare tutto e tutti senza considerare le conseguenze.
In altre parole ora devo e voglio stare dove sono. Con tutto quello che comporta. Nontante la stanchezza quotidiana mi ritrovo alla sera a cucinare davanti ad una stufa bollente ma se guardo fuori dall'oblo' vedo il mare, vedo luci di barche, rflessi acquatici e e il peschereccio degli indonesiani che ci regalano tonni di 20 chili. E penso che non ho nulla di cui lamentearmi.Mi piace. Sono un romantico e talvolta mi basta rendermi conto di dove sono e perche' sono in un certo posto per dimenticarmi di tutto cio' che rende difficile il quotidiano.
No, non sono stanco.
Sono stanco alla sera.Sono stanco perch'e non dormo mai piu' di 5 ore di fila.E addormentsarsi sapendo che dovrai svegliarti nel cuore delle notte per una ronda sul ponte, non e' sempre rilassante. Tuttavia e' indispensabile.Uno dei prezzi da pagare per viaggiare per mare su un grosso veliero.
No, non sono stanco. Sarei stanco senon avessi i miei libri, la mia musica,la possibilit'a di guardare un film.Ma posso fare tutto. Per guardare un film devo collegare casse, amplificatore, DVD player, e forse dopo 20 minuti e' tutto pronto.Se comincia a piovere devo mettere in pausa, chiudere tutto e terminare la visione dentro una sauna.Questo stanca.
Ma non sono stanco di quello che sto facendo. Se lo fossi , forse, sarei stanco di vivere. Ho scelto di viaggiare, ho scelto di essere questo. Saro' stanco solo quando avro' finito.
Finito cosa?
Di possedere questa idea. Ma non ora.
Ho gia' poubblicato un post
http://paroleincammino.blogspot.com/2009/03/per-saperne-di-piu.html
dove spiegavo cosa e'Heraclitus e a quali altri progetti e legato. Saro' lieto di rispondere a qualsiasi interrogativo.
In breve ricordo che Heraclitus e' un progetto del PLANET WATER EXPEDITIONS, una serie di spedizioni realizzate in 35 anni dal varo ad oggi. A sua volta questo progetto e' legato agli altri realizzati e seguiti dall'Institute of Ecothecnics (vedi sito). Il medesimo istituto ha relaizzato il progetto Biosphere 2
http://en.wikipedia.org/wiki/Biosphere_2
Non e' questo il momento per dilungarmi nello spiegare cosa sono i progetti e come funzionano.Voglio solo inviatare ad una riflessione su quello che implicano anche solo per la lo portata storica e planetaria.
Essere parte diun progetto di larghe vedute, lungimirante e ideologicamente interessante mi ha portato a conoscere moltissime persone interessanti dal punto di vista umano e culturale. Negli ultimi mnesi ho letto piu' libri che negli ultimi 10 anni. Sto studiando altri modi di pensare attingendo innanzitutto dalla fornita biblioteca di bordo.
Heracllitus non e' una barca per crocere o vacanze. Si lavora tantissimo ed e' una scuola.Di vita sociale e di cultura. Alcuni momenti ed aspetti possono essere non condivisibili. Sono il primo a dirlo. Ma l'idea vince.
Se sono ancora a bordo e' perch'e sento che non ho finito di imparare e forse se Capitan Claus, Christine e Eddie sono a bordo da oltre 10 anni non e' solo perche' amano il mare.
Io non sono certo fatto per fare il marinaio, ma sento che oltre alle migliaia di porti di possibili esisotno migliaia di onde e migliaia di uomini.
So che alcune delle cose che dico o scrivo nel blog potrebbero suonare come luoghi comuni o frasi fatte.
Nella maggior parte dei casi non e' cosi'.
Sono altrove.
Se scrivo e' anche perche' voglio provare a comunicare questo mondo, non solo di cultura e viaggio, ma soprattutto di tipologia di pensiero.
Alcune delle cose che dico, faccio, scrivo, non possono essere completamente comprese. E' come se io cercassi di capire cosa si prova ad essere donna. Oppure, piu' semplicemente e' come se provassi ad immaginare cosa si prova a lanciarsi col paracadute.
Lo immagini. Lo puoi vedere alla televisione, ma non sai.
Non sai fino a quando non ti lanci.
In questo senso alcune scelte o idee stonano se estrapolate dal contesto.
Tipo.
Lavorare senza guadagnare soldi.
Per un italiano nato e cresciuto in Italia e' difficle accettarlo.
Italia e' occidente, capitalismo, stile, lusso. Denaro.
Italia e' Anche Taormina e per mangiare una pizza a Taormina ci vogliono soldi.
Ci vogliono soldi per curarsi, per mangiare, per andare a trovare un amico, per telefonare.
Ci voglono soldi per molte cose.
Tuttavia molti meno di quanti pensi.
Molti meno.
Siamo pieni di bisogni indotti, di cose che servono perche' ci fanno credere che servono.
Io ne ho eliminate molte.
Vivo con poco, ogni tanto mi fermo per lavorare (vedi Argentina) e mi mantengo con quello che ho.
Finche posso vado. Poi....
Poi potro' andare a lavorare in uno degli altri progetti dell'Istituto
Potro' andare a fare l'architetto in Guatemala, potro' andare a lavorare all'orfanatrofio in Mozambico, potro' andare a lavorare in Irlanda...posso fare un sacco di cose...tutte possibilita' incontrate nell'ultimo anno.
Non le faccio perche' posso non farle e perche' ora non voglio.
Non ho paura di rimanere senza cibo. Sono fortunato... e non perche' conti su qualcuno. Conro solo su di me.
Non ho paura di morire perche' sto vivendo.
Non ho pura e quindi sono libero.
Tuttavia non farei il muratore o non lavorerei in un cantiere navale nemmeno per un'ora se non per uno scopo piu' lungimirante. Se lo faccio per l'Heraclitus e' per passione e come investimento in un altro futuro. In qualche modo si potrebbe considerare quello che sto facendo come una scuola. Un investimento sul sapere, ma soprattutto sull'essere.
A questo punto subentra la personalita'.
A me interessa essere un uomo migliore, mi interessa conoscere le emozioni, il pensiero, la mente.
A qualcuno potrebbe non interessare nulla. Come a me non me ne frega assolutamente nulla di calcio, di automobili, o come non mi interessano molto i libri di fantascienza, i film d'azione....
Gusti, scelte, passioni, stili...chiamali come ti pare, ma non sta scritto da nessuna parte che quello che fa la maggioranza e' giusto.
A tal punto io sono arrivato a mettere in discussione che non sia necessario accumulare denaro...
E se ti capita qualcosa?
Ma cos'e' quel qualcosa? se mi rompo una gamba ci vogliono 5000 euro al mese per tirare avanti, se mi viene un ictus non bastano 10000. Quanti ne devo avere per essere sicuro che qualsiasi cosa mi capiti sono coperto?
E quindi anche in questo caso subentrano altri livelli di pensiero che non posso spiegare in un post su internet, se non semplificando al punto di dire che la vita stessa, i rapporti interpersonali, la percezione degli individui e dei loro modi di fare sono tutti su un altro piano e quindi a mio avviso la cosa migliore da fare e' indagare, conoscere e scegliere, esprimere un'opinione, senza giudicare.
Credo che quello che sto facendo, in termini di viaggio, di confronto con l'infinito dell'oceano, di vita comunitaria in uno spazio ristretto, di apprendimento (come cuoco, elettricista, falegname, muratore, marinaio, fotografo, scrittore, musicista, creativo....) non possa essere contemplato con gli stessi parametri con cui si osservano sistemi piu' convenzionali.
Io non so quale sia il migliore, ma onestamente non mi interessa, perche' credo che il meglio sia solo quello che e' tale per noi stessi.
Quando saro' stanco, e lo saro', ovvero quando non avro' piu' energie per godere di quello che ora mi esalta, prendero' una pausa, piu' o meno lunga, ma anche in quella pausa spero di essere quello che sto scoprendo ora. E con la stessa convinzione spero di potermi confrontare con le difficolta' che forse, lo ammetto, in qualche modo sto fuggendo. Ma anche in questo caso, perche' la chiamo fuga? Sarei in fuga se non volessi tornare, se non potessi tornare, sarei in fuga se qualcosa o qualcuno mi rincorresse.
Niente di tutto questo, solo una profonda amarezza nell'aprire le pagine del quotidiano nazionale e vedere che il tempo non scorre. Vedere che mentre io sento il mondo nella stretta di mano con un pescatore, mentre io, proprio nella semplicita' della vita degli uomini trovo l'immensita' del pianeta che la globalizzazione ha reso piccolo, quello stesso mondo visto dai grandi occhi di chi lo guarda per noi, marcisce.
Forse da questo fuggo.
Tra storie lette, viste, vissute, ascoltate e sognate, ne ho tante. Ho nomi, luoghi e idee.
Se trovo un posto dove fermarmi, esploderanno.
E tu, che stai ancora leggendo, e magari ti chiedi cosa faccio e perche' faccio, prova a pensare che per scrivere questa storia, questa pagina, questo post io ho dovuto scrivere qualche pensiero su carta, trascriverlo su un pc di un internet cafe' in mezzo alla citta' mentre scappavo dalla lunga fila d'attesa dal dottore. Poi sono andato da dottore e mentre attraversavo la citta' a piedi, mentre stavo seduto sul furgongino che mi riportava alla marina con la musica fastidiosamente ad alto volume, io pensavo a queste righe ed ora sono al pc dell'hotel della marina, con l'acqua alla gola perche' tra 13 minuti mi vengono a prendere eppure scrivo, Scrivo perche' so chi leggera'. Qualcuno riflettera' su queste idee. E se riesci a figurarti tutto questo, questo giorno, questa storia, forse ci troverai una sottile vena di poesia, nel vedermi correre da una parte all'altra con la febbre nelle mani. Sto lavorando, e ancora non mi paga nessuno.
Sto lavorando macinando pensieri e trasformandoli in parole nel modo migliore possibile.
Lo faccio per passione.
Lo faccio perche' qualcuno, come te, leggendo questa storia pensera' alla propria.
Anche se molti mi scrivono piu' o meno in privato, che invidiano quello che faccio e i posti che visito e via discorrendo, forse vale la pena di fare un paio di conti e senza salti nel buio o decisioni drastiche, semplicemente prendere coscienza di quello che si e' di quello che si fa e di quello che si dice.
E' questo quello che faccio e sono.
Vivo.
Pensare che anche la vita possa essere ricondotta ad un sistema di entrate e uscite e' riduttivo e spaventoso. Al contempo pragmatico. Solo una questione di scelte.
Spero che quasliasi riflessione venga pubblicata nei commenti a questo post.
Non inviatemi email personali. Non per questa storia
Un abbraccio a tutti.
Domani cambiamo ancoraggio. Ci spostiamo a Scotland Bay per alcuni giorni.
Forse riusciro' a far funzionare il mio nuovo numero di cellulare che al momento non riceve sms dall'estero....
1 868 7163346. (Credo senza il +)
Il numero italiano non funziona
In ogni caso tonero' on line in una decina di giorni dovrei riaffacciarmi on line
Monday, September 28, 2009
Con le mani nei capelli
Ho la barba lunga. Molto lunga.
Fa caldo e ogni tanto mi prude. Spesso ho la mandibola protesa in avanti, mi gratto e penso che presto tagliero’ tutto.
Durante una passeggiata a St .James, piccolo paese poco lontano dalla baia di Chaguaramas, ho visto l’insegna che fa per me.
Barber Salon.
Salgo le strette scale, lastricate di mattonelle azzurre ed entro in quella piccola stanza piena di luce.
Il vento muoveva i pizzi delle tende che delimitavano l’apertura della finestra. La televisione ad altissimo volume invadeva l’aria pelosa.
Le luci fluorescenti ai lati dello specchio erano accese, ma ne’ quelle ne’ il giorno bastavano ad illuminare le facce nere dei due barbieri. Un grosso ragazzone e un vecchio.
Il vecchio era concentrato sulle macchine elettriche e non credo abbia nemmeno alzato gli occhi per vedere chi stava entrando.
La poltrona davanti allo specchio era libera.
Mousi mi fece cenno di accomodarmi. Aveva un pettine in mano.
Mi abbottono’ una fascietta bianca intorno al collo e poi un mantelo nero.
Zac zac.
Ah no, le forbici non servono, voglio una testa rasata, ormai non ho piu’ capelli e quelli che crescono crescono grigi.
Il ronzio della macchinetta si avvicina alle mie orecchie e sento il suono dei piccoli peli tranciati dalle lame elettriche.
L’aria della stanza e’ mossa da una grossa ventola di alluminio, ingabbiata come un grande uccello. Un cartello sopra l’orologio di legno ricorda che il regno dei cieli e’ vicino, che dobbiamo riconoscere i nostri peccati e prepararci alla nuova vita.
Un quadro appassito sorpa lo specchio. Il vecchio dice che e’ bellissimo. Forse l’ha guardato per tutti i 26 anni che ha trascorso li’ dentro, con le mani nei capelli della gente. O forse quella casa lungo il fiume e’ quella che avrebbe sempre sognato.
Mousi non dice nulla. E’ concentrato sulla perfezione della barba che mi vuole disegnare intorno alle labbra, intorno alla faccia. Taaglia i peli uno alla volta con una lametta stretta tra le dita.
Percepisco i peli tagliati. E’ un taglio preciso.
Ha lacrime tatuate sotto l’occhio e una croce divina. Dietro alla sua sagoma grande e scura un quadro pieno di teste rasate, di sculture di peli e disegni sulle nuche.
L’arte dela rasatura, titola il quadro.
Forbici, pettini, e un gioco di specchi nel quale ogni tanto mi perdo.
Mi piace potermi guardare senza fretta, una volta ogni tre mesi. Senza potermi muovere. Mi guardo dall’alto in basso e vedo che i miei occhi sono italiani. Mi piace scorpire di nuovo il mio volto, quello che avevo nascosto sotto tutto quel pelo. Mi piace sentire la precisione del metallo sui piccoli peli, la freschezza dell’acqua spruzzata sulla mia faccia. Mi piace l’alcool che brucia dentro i pori per pochi secondi,
E quel pennello, che mi spazzola la faccia, non era nelle mani del cuoco che solo un attimo fa spenellava di olio i pomodori dentro la TV?
Mi piace ripercorre i miei tagli di capelli, ordinare le rasature in una graduatoria che non ho ancora stabilito e mi vedo seduto davanti ad uno specchio. Un uomo che non ho mai visto mi mette le mani in testa. Gilson avrebbe paura, Eddie non lo sopporterebbe e per me, andare dal barbiere e’ diventato un rito, un evento speciale, un momento per guardarmi come non faccio mai perche’ non ho mai bisogno di specchi.
Qualcosa di semplice, per qualcuno settimale o mensile, e’ diventato un modo per scorpire la gente, farsi raccontare una storia.
Quella dell’Apartheid, seduto sulla poltrona di quel barbiere mezzo Italiano di Citta’ del Capo. La musica a tutto volume e l’aria calda dentro la capanna sul ciglio della strada di Quelimane, in Mozambico. La storia della famiglia di Adriano, il barbiere di Avenida Lacroze, nel quartiere nord di Buonos Aires.
E quell’ometto rotondo, con la faccia da giocatore di bocce della domenica al circolo sociale, con la voce da infante, un po’ tirolese. Era a Curitiba, nella stradina parallela a quella verso la casa del mio amico. La strada era coperta di pioggia. Era sera. Era gia’ buio. C’era un ragazzo seduto sulla poltrona. E io non volevo aspettare.
Avevo fretta di starmi a guardare
